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E' ormai un dato di fatto che l'Italia ha perso sovranità

di Enrico Cisnetto - 07 novembre 2011

L’Italia è in pieno default politico e rischia seriamente il default finanziario, tanto da essere messa sotto tutela del Fondo Monetario Internazionale. Ogni altra lettura della situazione sarebbe inutilmente (e pericolosamente) fuorviante. Smettiamola di dire che non siamo come la Grecia, perché non è vero. Infatti, si continua a sentire il ritornello “ma noi siamo la terza economia europea, l’ottava del mondo, abbiamo il più grande comparto manifatturiero dopo la Germania, e il patrimonio privato degli italiani è oltre 4 volte l’intero debito pubblico, dunque non possiamo fallire”. Niente di più sbagliato. Come la Grecia, noi siamo un paese povero (perché altamente indebitato) abitato da gente ricca (nel complesso). E se a questo tipo di nazioni succede – come è stato per Grecia, Irlanda e Portogallo e ha cominciato ad essere per Italia e Spagna – che i creditori iniziano a dubitare della loro solvibilità, ecco che sul mercato secondario dei titoli di Stato i prezzi scendono mentre cresce il differenziale di rendimento con i bond dei paesi sicuri (spread con la Germania), mentre alle aste delle nuove emissioni sono sempre di più le banche nazionali a consentire al Tesoro di piazzare i titoli. Non è un caso che, sono dati di Bankitalia, la quota di debito collocata all’estero sia scesa dal 50% al 39,2% (segno che le banche straniere non vogliono più i nostri Btp).

D’altra parte, c’è un termometro che misura la solvibilità dei paesi più ancora dello spread (che, comunque, finché resta sopra quota 400-450 rimane una spia accesa di grave pericolo) e di cui ci curiamo poco: si tratta dei cds, credit default swaps, che sono i contratti assicurativi con cui gli investitori si coprono dal rischio di fallimento di un paese. Fallace quanto si vuole, ma purtroppo insindacabile, il termometro ci dice che l’Italia nei prossimi cinque anni ha 35 possibilità su 100 di andare in default, e che al mondo sono solo sei i paesi messi peggio di noi. Quindi non tragga in inganno l’esercizio teorico elaborato da Bankitalia, secondo cui – a certe condizioni, che ora non ci sono – il nostro debito pubblico rimarrebbe sostenibile nei prossimi 2 anni anche se i tassi di interesse sui titoli di stato arrivassero all’8%, cioè ci fosse uno spread di 600 punti, e la crescita del pil fosse uguale a zero. Una valutazione che il neo-governatore Ignazio Visco ha voluto prudentemente circoscrivere, non fosse altro per non dare alibi a chi in Italia continua a scherzare col fuoco sottovalutando i pericoli cui siamo esposti. Non a caso il clima di forti tensioni e le conclusioni del vertice di Cannes in relazione all’Italia – messa da tutti sul banco degli accusati e costretta ad accettare il “commissariamento” esplicito di Ue e Fmi – confermano che siamo considerati un “emettitore di contagio” intorno al quale va steso un cordone sanitario di sicurezza. E non regge la tesi di chi difende il governo sostenendo che la colpa è del duo Merkel-Sarkozy, intenti a scaricare le loro contraddizioni sugli altri, o del tardivo sussulto democratico di Papandreu a tutela di una sovranità perduta. Non perché non ci sia del fondamento in questo, ma perché non sono argomenti che possano essere usati per scagionare le nostre responsabilità, che ovviamente non appartengono solo al governo in carica ma all’intero sistema politico chiamato Seconda Repubblica.

La crisi che stiamo vivendo in Europa per colpa dell’Europa – la cui origine sta nella tara genetica dell’euro, che non può essere gestito senza un governo federale di “ultima istanza” – nulla toglie alla gravità e alla cogenza della crisi tutta italiana, che per come si sono messe le cose ricade non solo su di noi ma sull’intero eurosistema. Così come doppia, europea e greca, è la crisi che brucia Atene. E se la Grecia, che in fondo è un piccolo “caso” che non può certo affossare la moneta unica, ha creato il pandemonio che ha creato, figuriamoci il danno che può provocare l’Italia che ha uno stock di debito sette volte più grande di quello ellenico.

Né vale l’osservazione che il patrimonio privato è di 8500 miliardi contro i 1900 di debito pubblico. Sono due contabilità separate, e l’unico modo perché il primo garantisca il secondo è prelevarne una quota. Ma il governo ha escluso la patrimoniale, e l’opposizione finora l’ha solo evocata come arma di polemica politica. E se invece si volesse vendere un po’ di gioielli di famiglia – il Tesoro ha contabilizzato attivi per 1.815 miliardi, quasi quanto il debito, stimando però che il “patrimonio fruttifero” sia pari a 675 miliardi – non è certo con la proposta del governo di 5 miliardi all’anno per tre anni contenuta nella lettera inviata a Bruxelles che si risolve qualcosa. Insomma, nessuno ha una proposta organica su come affrontare una situazione che si è fatta drammatica. Di questo si sono resi conto i nostri interlocutori, europei e non, così come il presidente Napolitano e una buona parte di italiani. Il combinato disposto tra la pervicacia di Berlusconi nel sopravvivere a se stesso, pur politicamente imbalsamato, e l’ottusità del Pd che non riesce ad andare oltre la richiesta di dimissioni del premier, ripetuta ossessivamente, hanno creato un blocco da cui è difficile divincolarsi. Tanto che nessuno fa neppure ciò che sarebbe logico per pura convenienza. Per esempio, se Berlusconi avesse chiamato ad un pubblico confronto Bersani dicendogli che faceva sue le proposte di Ichino sul mercato del lavoro e di Morando sulle pensioni, avrebbe clamorosamente spiazzato il Pd. O se avesse capito che un governo d’emergenza avrebbe spaccato la sinistra più del centro-destra…Già, ma questo è far politica, e dopo quasi due decenni il Cavaliere non ha ancora capito cosa sia. Anche le opposizioni, però, invece di avventurarsi in votazioni parlamentari come quelle del 14 dicembre 2010 e del 14 ottobre scorso poi rivelatesi perdenti, e sperare solo nelle defezioni altrui, avesse chiamato intorno ad un programma di cose da fare, legge elettorale compresa, tutti gli interlocutori interessanti, probabilmente avrebbe creato la percezione di una possibile alternativa che avrebbe accelerato il trapasso del governo. Invece, centro-destra e centro-sinistra, concludendo “degnamente” la fallimentare stagione del bipolarismo all’italiana di cui sono stati protagonisti, ci hanno regalato l’onta della cancellazione della sovranità nazionale sostanziale. E ci tocca anche sperare che i “commissari” funzionino.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario