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Public Policy

Togliamo l'Europa da questo inferno

Come una guerra

I governi europei si stanno sbriciolando

di Davide Giacalone - 09 novembre 2011

I governi europei si stanno sbriciolando e ciò accade non (solo) per insipienza dei governanti, ma perché i cittadini d’Europa non ritengono accettabile l’Europa fin qui realizzata. Si lanciano allarmi continui, giustamente drammatici, circa gli aspetti economici della crisi, ma si tende a sottovalutare il suo effetto devastante sulla politica e sulla democrazia.

Osservai che se si facessero referendum sull’Europa questa ne uscirebbe a pezzi. Ovunque. Ma c’è di più: qualsiasi governo si presenti a chiedere quale che sia cosa in nome dell’Europa rischia di veder premiate le opposizioni. Ciascuno regola i conti in casa, con giornali e politici che s’industriano a far credere (o a illudersi?) che le lotte di cortile siano rilevanti. In Italia ci siamo impantanati in un guazzabuglio privo di senso, mescolando forma costituzionale, sostanza economica e incoscienza complessiva. Ma il dato rilevante è che la politica paga la propria inutilità, a sua volta derivata dall’incapacità di chiudere il processo federale europeo. Fuori dal cortile il Fondo monetario internazionale ha assunto un ruolo nel tentativo di gestire la crisi dell’euro, mascherata da crisi dei debiti sovrani, e avuta notizia che monitorerà l’Italia la Banca centrale europea e la Commissione sono corse a dire che analogo lavoro sarà fatto anche da loro. Nello stesso istante in cui il Fmi assume quel ruolo, su sollecitazione statunitense, l’euro è commissariato, e con la moneta l’Unione. Governi nazionali che già sono impotenti rispetto alle condizioni (folli) poste dai patti europei, che già hanno ceduto sovranità a favore di una moneta senza guida e senza testa politica, che già si sono consegnati ad una banca centrale che non batte moneta, diventano irrilevanti innanzi al commissariato di tutto ciò.

Taluni credono che il potere sia finito nelle mani delle banche e dei banchieri. In realtà le banche saltano e i banchieri si dimostrano incapaci, sebbene perfettamente in grado d’arricchirsi personalmente. Sono l’incarnazione di quel che una qualsiasi consultazione popolare spazzerebbe via in un amen. Eppure la Grecia prova a mettersi nelle mani di Papademos (professore ad Harvard e vice in Bce). Da noi si finge di credere che “i mercati” (che non esistono) reclamino una figura analoga. Accade perché la sconfitta della politica lascia supporre che ci sia un qualche tavolo tecnico sul quale cercare la soluzione. Perché viviamo in città ricche, con consumi elevati (metto nel conto gli insulti, rivolti dai pretesi morenti per fame, ma confermo) e non ci si capacita di quel che accade.

Si prenda uno che ci capisce, allora, e se ne esca. Peccato che sia una chimera. Le vie d’uscita sono solo due, e vanno in direzione opposta: a. si cede più sovranità, creando un governo europeo e portando i popoli d’Europa a votarlo direttamente; oppure b. ci si riprende la sovranità ceduta e si torna alle monete nazionali. Sono per la prima via, ma quel che è più importante è capire che non ne esistono d’intermedie. Il governo spagnolo si è suicidato. Quello greco ha passato la mano. Quello francese e quello tedesco non vincono più neanche le elezioni condominiali, in Francia è in vantaggio l’opposizione e in Germania la coalizione al potere si mantiene in piedi solo per non essere seppellita. In Italia lo sapete: i morti viventi fanno a gara con i morti morenti. Quest’epidemia continentale ha una causa europea, che non si affronta con ricette vernacolari. Né con pannicelli tecnici e meno ancora con alchimie economicistiche. Quello, poi, è un settore in cui tutti gridano, tutti sono pronti a dare la colpa ad altri, e quasi nessuno ha lo straccio di un’idea che sia in grado di misurarsi con la democrazia e lo stato di diritto. In queste condizioni il tentativo di qualche Paese di mettere la crisi sul conto di altri equivale a quel che un tempo erano le guerre. Ci siamo detti che l’Unione era il rimedio ai travagli di un continente che aveva fatto nascere due guerre mondiali. Ma le sue mancanze istituzionali rischiano di precipitarci in una guerra post-armata. I conflitti di un tempo, del resto, non nascevano forse dal desiderio di appropriarsi di ricchezze altrui e imporre modelli propri? La sconfitta della politica porta male, è pericolosa. S’imbocchi in fretta la via dell’integrazione, o si corra all’indietro. Ma togliamo l’Europa da quest’inferno.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario