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Interrompiamo l'agonia

Come se ne esce?

Due giorni di vaniloquio parlamentare sono stati sufficienti a comprendere che l’Italia è senza classe dirigente

di Davide Giacalone - 15 dicembre 2010

E’ successo quel che doveva, portando un vantaggio tattico a Silvio Berlusconi, ma non è cambiato nulla, nella sostanza. La due giorni parlamentare ha confermato quel che scriviamo da mesi: la maggioranza non è in grado di governare, le minoranze non sono minimamente in grado di rappresentare un’alternativa credibile. La sinistra è dissolta nel nulla programmatico, preda d’istinti conservatori, quando non reazionari.

I terzi poli, come sempre è capitato nella nostra storia parlamentare, sono tanti quante le particelle che, a fatica, ne potrebbero comporre uno solo. La destra ha inseguito il sogno del partito unico, ma ha sperato d’agguantarlo negando le regole della democrazia interna, rinunciando alle riforme costituzionali e, alla fine, consegnandosi nelle determinanti mani della Lega. A sua volta pronta ad esplodere, non appena la presa del fondatore e stratega, Umberto Bossi, dovesse allentarsi.

La sinistra continua a ripetere che Berlusconi è giunto alla fine del suo ciclo. C’è del vero, ma anche dell’orrido: un ciclo va chiudendosi e loro non sono in grado di dire alcunché abbia a che vedere con il futuro. Anche solo con il presente. E’ vero che Berlusconi non è riuscito a tenere assieme la coalizione elettoralmente vincente, ma ciò non è il frutto di una condotta capricciosa o egoista (non lo direi proprio, visto che l’uomo è circondato da miracolati), bensì di una condizione di oggettiva dissociazione fra sistema costituzionale e sistema elettorale.

Tanto è vero che neanche l’opposizione riesce a tenere assieme una coalizione che abbia un collante diverso dal semplice essere contro chi, da sedici anni, raccoglie la maggioranza relativa dei voti. Tanto è vero che tutte le maggioranze vincitrici, di destra e di sinistra, si sfasciano regolarmente dopo essere precipitate nell’immobilismo. E sfasciandosi producono odio. Le parole degli ex sono roventi e terribilmente somiglianti a quelle degli avversari del giorno precedente. A loro non piace, ieri da sinistra e ora da destra, sentirsi dare del “traditori”.

Probabilmente hanno ragione, perché stando dove stavano per convenienza personale non si sentono affatto d’avere tradito sé stessi. Sono autoreferenziali. Non “traditori”, ma “traduttori” in trasformismo del vuoto che li genera. Come se ne esce? Perché così continuando ciascuno esaurisce idee e moltiplica tifoserie, predisponendo il terreno per un collettivo e catastrofico giudizio di fastidiosa inutilità. Forse ci si sarà accorti che s’è molto ridotta l’autonomia nazionale nel governo dell’economia. Possiamo decidere dove tagliare la spesa pubblica (se solo sapessimo com’è composta), ma non possiamo decidere di spendere di più. Non governiamo il cambio, l’inflazione, i tassi d’interesse e meno che mai la competizione globale.

Quindi, il tema è un altro: come rendere efficiente il sistema paese, in modo da restare in questo mondo, alle condizioni date, senza impoverirsi progressivamente, come accade da tre lustri. Le materie urgenti e decisive sono diverse: formazione, giustizia, mercato del lavoro e così via (sono le cose di cui ci occupiamo ogni giorno, con l’impressione di parlare al muro). Nessuna di queste materie sarà gestita come deve, a causa di una pericolosissima debolezza istituzionale. Perché da noi non governa nessuno. Da anni. Le cose si fanno, certo, ma smarrendo il quadro d’insieme.

E allora: o esiste la capacità politica di coagulare forze non estremiste e non isteriche, attorno a profonde riforme costituzionali, che vadano nel senso di tutte le democrazie governanti, oppure tocca a chi ha preso o prenderà anche un solo voto in più degli altri presentare autonomamente un tale disegno, semmai sottoponendolo direttamente al giudizio popolare.

Due giorni di vaniloquio parlamentare, capace di distillare veleno e aizzare gli animi, sono stati sufficienti a comprendere che l’Italia ha perso la classe dirigente. Vale non solo per la politica. Siccome non abbiamo perso anche il futuro e la voglia di esserci, da protagonisti, è stramatura l’ora in cui si deve prendere atto che il problema non è quello di accompagnare alla porta questo o quel capo partito, ma di chiudere la lunga agonia della prima Repubblica, che si protrae da sedici anni e che abbiamo, assai impropriamente, denominato “seconda”.

Le dittature crollano perché non si rigenerano, le democrazie durano e sono floride perché capaci di cambiare. La nostra storia è incagliata nelle bugie e nella cattiva coscienza del biennio 1992-1994. Dobbiamo lasciarcelo alle spalle, eliminandone le scorie.

Pubblicato da Libero

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