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Dove porta lo scioglimento dei Partiti

Come rendere virtuosa la disgregazione dei poli di destra e sinistra

I Partiti devono tornare ad essere democratici e attuare un sistema politico che vada incontro sia alla concorrenza che alla convergenza

di Enrico Cisnetto - 28 gennaio 2012

Ci sono molti ragioni per considerare “a salve” le ultime “sparate” di Bossi, che fanno immaginare un divorzio definitivo da Berlusconi. Intanto perché così il leader della Lega ha sempre fatto: urla da comizio e pragmatismo nei fatti. Poi perché la pallottola che questa volta ha messo in canna – “faccio saltare la giunta Formigoni” – ne offre due al Cavaliere, una per la testa di Cota e l’altra per quella di Zaia, e per Bossi questo “prendi uno, paghi due” sarebbe davvero autolesionistico. Inoltre perché il leader della Lega sa bene che al Nord, nel suo elettorato (che è diverso dalla base del partito), l’azione risanatrice e liberalizzatrice di Monti non è vista male, e al di là degli aggettivi coloriti occorre tenerne conto. Infine perché le elezioni politiche sono ancora lontane, e dunque è presto per parlare di future alleanze elettorali, dato che Berlusconi non ha nessuna convenienza, personale prima ancora che politica, a staccare la spina al governo Monti.

Può fare la battuta salace (“ci dovranno richiamare”), ma è un cane che abbaia e non morde, come ha confermato anche nell’ultimo vertice del Pdl, dove pure gli ex An hanno cavalcato l’idea di far cadere Monti. Dunque quello sgradevole insulto rivolto da Bossi al suo ex (?) sodale – “mezza cartuccia” – più che altro fa parte della strategia del Carroccio, di cui la lotta al “governo dei sacrifici” dei “banchieri travestiti da tecnici” è parte fondamentale, di recuperare il più possibile la sua antica fisionomia di partito anti-sistema, di emblema dell’anti-politica. Detto questo, però, non va sottovalutato l’effetto disgregatore dei vecchi equilibri politici che quanto sta succedendo nel centro-destra – ma anche nel centro-sinistra, come vedremo dopo – sta producendo. Provate a fare la somma. Primo: la deflagrante crisi interna alla Lega, che contrappone chi (Maroni) vuole conquistare il partito offrendogli un percorso di de-berlusconizzazione che gli consenta un ritorno alle origini, da cui si era progressivamente staccato per diventare ministeriale, a chi (Bossi e suoi accoliti) vuole tenersi stretta la leadership per pure ragioni di potere, barcamenandosi dentro il solito schema del “partito di lotta e di governo”. Secondo: il progressivo distacco tra Lega e Pdl, che ormai va ben oltre l’essersi divisi sul governo Monti, pur con tutte le ambiguità di Bossi di cui abbiamo detto. D’altra parte, anche Maroni e Alfano hanno ormai davanti a loro strade divaricate, dopo aver perso la scorsa estate la clamorosa opportunità di fare un tratto di strada insieme quando, sotto la spinta dello spread e della caduta verticale della credibilità del Cavaliere, avrebbero potuto (e dovuto) allearsi per dare in un colpo solo il doppio benservito ai vecchietti “B&B”. Terzo: il “maldipancia” interno al Pdl.

Meno visibile di quello leghista, è non meno potenzialmente deflagrante. Anche perché sono tante le linee interne, fatte di differenze politiche ma soprattutto di aggregazioni di potere, che tagliano a fette il partito. Finora la diarchia Berlusconi leader e Alfano segretario ha retto, ma a prezzo di un sostanziale immobilismo del partito, sia nella sua dimensione parlamentare sia, soprattutto, nell’articolazione locale e nella società civile. Quarto: la fortissima incertezza sul rinnovo dell’alleanza di centro-destra così come l’abbiamo conosciuta e la totale mancanza di idee alternative, sia in termini di nuove alleanze, sia ancor più in termini di un nuovo sistema politico da promuovere e di relativa legge elettorale da approvare prima della fine della legislatura. Fate la somma di tutto questo, e vedrete che non c’è bisogno di esserne ostili per arrivare alla conclusione che il vecchio polo di centro-destra, tendenzialmente maggioritario nel Paese se conserva caratteristiche moderate, non esiste più, o comunque è destinato a non essere più praticabile alla prossima occasione elettorale. E questo a prescindere da qualunque valutazione sugli orientamenti dell’elettorato, e quindi dalla previsione se è destinata a prevalere la tendenza alla condanna verso la classe dirigente che ha dominato l’ultimo decennio e ci ha portato sull’orlo del default, magari dentro un più generale quadro di rifiuto dell’intero ceto politico, o seppure la facile tendenza degli italiani a dimenticare sommata con la reazione negativa ai “sacrifici” imposti dal governo Monti finirà per ridare fiato al populismo berlusconiano e leghista. Ma, paradossalmente, il fattore decisivo per far pendere la bilancia dalla parte della definitiva distruzione del polo di centro-destra potrebbe essere rappresentato da quanto sta accadendo sul fronte opposto.

Bersani continua a guidare un Pd spaccato, e riesce a farlo perché evita di scegliere tra le diverse opzioni che ha di fronte. Adesso l’iniziativa congiunta di Vendola e Di Pietro ha riportato in auge l’ipotesi di alleanza solo a sinistra rappresentata dalla famosa fotografia di Vasto. Ma ieri, invece, prevaleva l’idea di un’apertura al centro, sulla base di tutt’altre suggestioni politiche. Tutto questo si riflette sulle scelte da fare in relazione all’azione del governo, come dimostra emblematicamente il dibattito sugli interventi per il mercato del lavoro: tra la linea Ichino, ma anche quella Nerozzi (ex Cgil), e la linea Fassina e fiancheggiatori della Fiom, ci corrono anni luce, con in mezzo il corpaccione dei mediatori stile Damiano. Un’articolazione che sarebbe fisiologica, e persino democraticamente virtuosa, se non portasse all’empasse, come su quasi tutti i temi di confronto. Empasse che deriva proprio dalla mancanza di chiarezza sulla linea politica di fondo. È chiaro che il vantaggio di cui il Pd e il vecchio centro-sinistra godono in tutti i sondaggi, rende più difficile fare scelte secche. Ma questo vantaggio rischia di rivelarsi ben presto effimero, sia perché l’onda lunga del rifiuto dei vecchi partiti può portarsi via il Pd senza nemmeno che Bersani se ne accorga – neppure Di Pietro riesce a cavalcare la tigre dell’anti-politica, figuriamoci lui – sia perché se anche vincesse e andasse al governo il centro-sinistra, nella medesima versione della coalizione che durò due anni tra il 2006 e il 2008, finirebbe per avere vita breve.

Di ciò sono consapevoli in molti nel Pd (i riformisti), ma è difficile dire se questo porterà ad una spaccatura, ed eventualmente in che termini e con quali conseguenze. Tuttavia una cosa è sicura: i processi disgregativi, nell’uno come nell’altro fronte, sono in corso, e sono destinati ad alimentarsi a vicenda. La vera incognita, invece, è dove portino. L’auspicio è duplice: che i partiti – vecchi, rifondati o nuovi che siano – abbandonino le caratteristiche plebiscitarie che hanno assunto in questi ultimi due decenni e tornino ad essere democratici, con leadership costruite sull’identità programmatica e non sul curriculum o la spendibilità mediatica delle persone; che il sistema politico, cui la legge elettorale deve fare da supporto e gli assetti istituzionali da quadro coerente, sia costruito in modo tale che a seconda delle necessità si possa imboccare senza traumi sia la strada della convergenza (grande coalizione tra moderati e riformisti) sia quella della concorrenza (alternanza tra poli ancorati al centro, l’uno senza l’apporto dei massimalisti e giustizialisti, l’altro senza quello dei populisti e secessionisti). D’altra parte, auspicare non costa….

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