ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Come gli Usa hanno perso la battaglia

Quali sono gli effetti della guerra sull'economia?

Come gli Usa hanno perso la battaglia

Mancano oggi studi empirici che indaghino la relazione. Le variabili sono moltissime

di Lorenzo Tordelli - 07 giugno 2007

Parlare della guerra è sempre difficile. Sebbene il tema sia assai sfaccettato e le implicazioni molteplici, un aspetto interessante dell’argomento è il dibattito circa le relazioni tra guerra ed economia. Che effetti ha la guerra sull"economia?E sulla crescita economica? Molti economisti si sono confrontati sul tema “guerra ed economia” tuttavia la teoria economica non è ancora riuscita a dare una risposta concorde. Adam Smith, padre del pensiero economico, riteneva che le spese che per gli armamenti e per la guerra fossero un peso per le casse statali ma che erano, di fatto, necessarie per assicurare sicurezza e stabilità favorendo così i processi di crescita economica. James B. Say affermava che erano spese completamente inutili, un fardello per l"economia, per Malthus era esattamente il contrario dato che provocavano un aumento della ricchezza e dell"occupazione. John M. Keynes le ha ritenute alla stregua di una qualsiasi altra spesa pubblica e quindi utili a risolvere i problemi di sovrapproduzione e a stabilizzare l"economia nei momenti di crisi. In buona sostanza manca, ancora oggi, una visione comune e soprattutto studi empirici, econometrici, che spieghino le relazioni tra spese di guerra ed economia, certo è che le variabili da considerare sarebbero molteplici.

Come si finanzia una guerra
Volendo essere molto sintetici e schematici, uno Stato finanzia la guerra essenzialmente in tre modi: aumentando le tasse, indebitandosi, stampando moneta. In tutti e tre i casi, soprattutto nel lungo periodo, vi sono più svantaggi che vantaggi. Se si aumentano le tasse per favorire il settore industriale della Difesa, si tolgono risorse ad altri settori economici, in genere maggiormente produttivi. Indebitarsi, nel mercato interno ed estero, può essere utile nel breve periodo e nelle fasi di stagnazione economica, ma poi provoca una svalutazione della moneta ed un aumento di tassi d"interessi e di conseguenza si generano una lunga serie d"effetti negativi. “Battere” moneta crea inflazione, soprattutto per i beni militari che, a meno che non si vendano all"estero, sono altamente inflativi dato che, se in eccesso, sono difficilmente assorbibili dalla domanda.

USA, l"eccezione che conferma la regola
Dagli anni "70, quando il presidente americano Nixon, dichiarò la fine del Sistema di Bretton-Woods e della convertibilità oro-dollaro le regole sopra citate non sono più valse per gli Stati Uniti. Dato che si era in un mondo unipolare e che l’”unica” potenza economica erano gli USA questi hanno potuto di fatto stampare mneta ed indebitarsi senza sperimentare ricadute negative sulla loro economia. Per quanto gli Stati Uniti “battessero” moneta o si indebitassero nel mercato interno ed estero, al dollaro non è accaduto ciò che accade ad un qualsiasi bene, più ce ne è in circolazione più ne diminuisce il valore e la domanda. E’ così che per tutti questi anni agli USA è convenuto fare la guerra. Grazie ad essa hanno potuto espandere la loro influenza nel mondo e rimediare ai problemi di sovrapproduzione e stabilità economica.

…nulla è per sempre
Come in ogni mercato libero, nel mondo, piano piano sono nati competitors degli USA, si sono affacciati nuovi attori, la Cina, l’India, il brasile, ma soprattutto l’Euro. Per quanto l’Europa sia fragile e piena di criticità, non abbia un potere militare comparabile a quello degli Stati Uniti d’America , l’Euro resta tuttavia l’arma più minacciosa. Basti pensare alle reazioni allarmanti che si sono avute alla paventata idea iraniana di creare una “borsa del petrolio” in euro. Alcuni arrivano a ritenere, con un po’di fantasia, che sia questo l’unico motivo alla base delle ostilità USA verso il Governo di Teheran. Una cosa è certa, il dollaro è ancora la moneta più “forte”, “sicura” e più usata in tutte le transazioni, Euro e Yuan iniziano comunque a fare paura. Mentre per tutti gli Stati, fino a poco tempo fa, conveniva avere riserve in dollari per affrontare eventuali crisi ed attacchi alla propria moneta oggi non è più proprio così. Oggi per gli Usa non è più tanto conveniente battere moneta, indebitarsi, fare la guerra.

Conclusioni
Se è vero che i molti investimenti fatti durante le epoche di guerra e le spese militari hanno spesso aumentato la crescita economica e favorito la ricerca e l’innovazione anche nel settore civile, è vero anche che tali risultati positivi si sarebbero potuti ottenere anche in economie di “pace” se fossero state destinate le stesse quantità di risorse. Negli ultimi anni, soprattutto in USA, le tecnologie più avanzate derivano dal mondo civile e non più da quello della Difesa. Come gli illustri economisti prima di me non sono assolutamente in grado di dire se la guerra faccia più o meno bene all’economia. Credo dipenda, dipende sia dal momento sia da chi fa la guerra. Ritengo ci siano momenti in cui è opportuno combattere, altri in cui è preferibile fare la pace, altri in cui sarebbe meglio starsene a “casa”. Certo è che investire in “Sicurezza”, per quanto a volte non sembri vantaggioso, è un presupposto, se non sufficiente, assolutamente necessario per lo sviluppo economico. Le eccezioni vi sono sempre. Il Costa Rica, che da anni , ha eliminato ogni spesa militare per dedicare le risorse ad investimenti produttivi e sociali è la democrazia tra le più stabili di tutta l’America Latina e con i maggiori tassi di sviluppo, anche se ultimamente, stanno sorgendo alcuni problemi con i Narcos colombiani. La realtà è che è assai difficile stabilire se le spese militari contribuiscano alla crescita economica ma una cosa è certa, la battaglia tra guerra ed economia l’ha vinta l’Economia.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario