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L’opinione di Società Aperta su Bancopoli

Come crollerà la Seconda Repubblica

I due possibili finali della dinasty giudiziaria. E le ripercussioni sulla politica

di Società Aperta - 19 gennaio 2006

Molti amici e lettori ci chiedono un commento su ciò che sta accadendo nel panorama finanziario-politico-giudiziario del Paese, quella che i giornali hanno definito Bancopoli.

Ciò che accade rappresenta il chiaro epilogo della storia della Seconda Repubblica e conferma – cosa di cui non sentivamo affatto il bisogno – il pronostico fatto qualche tempo fa da Francesco Cossiga su una fine cruenta della stagione politica apertasi in Italia nel 1994, così come era già successo per la caduta della Prima. Probabilmente, anche in questo caso vedremo del “sangue” scorrere, laddove per sangue possiamo intendere la quantità e la rilevanza dei nomi degli arrestati (anche se ci auguriamo di sbagliarci). Per fortuna – o forse sarebbe meglio dire per deliberata volontà di chi tiene in questo momento le redini della situazione – il sangue versato fino ad oggi si mantiene “sotto controllo”. Ma non è difficile prevedere che i passi in avanti che necessariamente la magistratura compirà nello svolgimento delle indagini e nell’acquisizione delle testimonianze e del materiale probatorio porteranno ad altri provvedimenti di custodia cautelare.

I possibili scenari che si apriranno a questo punto sono essenzialmente due, ed entrambi profondamente negativi. La prima ipotesi coincide con il ripetersi di un copione già visto all’epoca degli anni bui di Mani Pulite, con l’acuirsi della tempesta giudiziaria e gli arresti mirati, eseguiti a scadenze temporali determinate e caratterizzati da un uso calcolato dele informazioni “passate” ai giornali e della custodia cautelare al fine di ottenere dagli indagati confessioni e rivelazioni difficilmente raggiungibili con la sola attività investigativa. In questo senso si inquadrerebbe, fino ad ora, l’arresto di Gianpiero Fiorani, che, pur se imputato di associazione a delinquere, non è stato seguito da altri provvedimenti analoghi per gli imputati in correità. Il filone d’indagine che verrebbe sfruttato è quello dei 50 milioni di euro che Emilio Gnutti sostiene di aver versato a Giovanni Consorte ed Ivano Sacchetti per una “consulenza”. Di questi soldi si sono occupati fra l’altro in questi giorni il Foglio di Giuliano Ferrara e il giornalista del Tg5 Andrea Pamparana, già cronista attento e consapevole all’epoca di Tangentopoli. Egli ha ipotizzato che la somma depositata potesse servire come “fido” o garanzia per accedere al credito presso le banche. Per questo motivo quei soldi non sono stati utilizzati, altrimenti è anche logico che chi ha lavorato tanto duramente da meritarsi una “consulenza” da 100 miliardi delle vecchie lire, poi se li goda... E tutto sarebbe legato all’opa su Telecom Italia del duo Gnutti-Colaninno all’epoca del governo D’Alema.

Un’escalation giudiziaria di questo tipo, specie se accompagnata da una “regia mediatica” attenta, come già sta avvenendo, a dare risalto a ogni provvedimento dei magistrati e ad alimentare la tensione, porterebbe in poco tempo a un ritorno al clima giustizialista del 1992-93, generando lo stesso tipo di malcontento presso l’opinione pubblica e producendo uno sconquasso politico-finanziario tale da mettere in ginocchio un sistema di garanzie democratiche già indebolito da 13 anni di bipolarismo bastardo come il nostro.

Il secondo scenario che si può immaginare vede invece un blocco, o quasi, delle indagini allo stato attuale, voluto non solo dai magistrati, ma anche da chi, oggi, trae beneficio dalla loro azione e, in cambio, la supporta o addirittura la guida, e l’amplifica mediaticamente. Appare chiaro, infatti, agli osservatori più attenti, che le indagini si sono fino ad ora concentrate su alcuni filoni in particolare, e che i giudici si stanno muovendo molto attentamente sotto la guida di qualche “consulente d’oro”. Può darsi, quindi, che chi sta indirizzando l’azione della magistratura, e chi la sta pubblicizzando e caldeggiando, anche in virtù di obiettivi di difesa del proprio ambito di potere – ossia coloro che, in quanto oggetto delle scalate dei furbetti, aveva tutto l’interesse a che queste venissero bloccate – decida di utilizzare le carte che ha in mano per uno scopo che non sia quello di far saltare il tavolo da gioco, ma al contrario quello di assumerne la regia ad un livello ben più alto dell’attuale.

Tanto per esser chiari, intendiamo dire che si può ipotizzare a questo punto una sorta di “patteggiamento”, anche tacito, tra chi è depositario di queste informazioni, chi è incaricato delle indagini, chi le propugna a livello mediatico, e chi invece ha il maggior interesse a che le indagini vengano bloccate. In particolar modo, in questo momento pre-elettorale, chi ha più da perdere è certamente la coalizione di centro-sinistra, data da tutti i sondaggi in vantaggio nella corsa alle Politiche di aprile e che, in caso di ulteriori passaggi giudiziari, potrebbe perdere d’immagine vedendo così accrescere la percentuale di astensionisti tra le proprie fila che già a questo punto della vicenda si è palesata, consegnando così la vittoria alla Casa delle libertà. Il prezzo da pagare per l’opzione “status quo” sarebbe a quel punto chiaramente un prezzo politico e non giudiziario. Qualche consulente eccellente potrebbe chiedere in cambio, per esempio, il Ministero della Giustizia. E qualche direttore di giornale potrebbe ambire, come già fu per Eugenio Scalfari negli anni Ottanta, a ergersi a dominus della politica italiana, decidendo il bene e il male delle coalizioni e dei leader.

Non crediamo che possa darsi, allo stato degli atti, una terza soluzione di tipo democraticamente accettabile. Non crediamo che sia possibile che la magistratura prosegua le proprie indagini in maniera neutrale e senza scadere nel giustizialismo, così come non crediamo che chi sta guidando le indagini in modo così preciso voglia rinunciare all’acquisizione di nuove posizioni di potere. La situazione in cui ci troviamo è, purtroppo, il frutto di 13 anni di rissosità e di finto bipolarismo, in cui non si è cercato di affrontare lo scoglio più grosso su cui si era arenata la Prima Repubblica, quello del costo della politica e del finanziamento dei partiti. E’ possibile che il centro-destra viva degli atti di liberalità del suo padre-padrone? Ed è possibile che il segretario amministrativo dei Ds dichiari che la riduzione da quasi 600 a circa 150 milioni di euro del vecchio debito del partito sia frutto di “culo”? La politica costa, ed è necessario che le fonti di finanziamento siano trasparenti, sia per onestà nei confronti degli elettori, sia per evitare che i partiti possano finire sotto scacco di qualche contropotere non controllabile democraticamente.

Ma se l’atto di fondazione della Terza Repubblica deve per forza basare le sue fondamenta su un nuovo “spargimento di sangue”, allora nemmeno questa sarà il passaggio storico giusto per uscire dal declino. Perché una cosa è che la politica vada a cena con il presidente delle Generali o altri detentori del potere economico, altro è diventare ricattabile. Discutere, ma soprattutto deliberare, è il suo mestiere. E qui, da troppo tempo, al posto della discussione c’è la rissa e invece delle decisioni il più assoluto immobilismo.

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.