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L'Italia e l'Europa a un bivio

Coesione intorno a Monti

Non sfugga che l'arco parlamentare ha una grande responsabilità

di Enrico Cisnetto - 21 novembre 2011

“Con Francia e Germania per risolvere la crisi”. Tra i tanti riferimenti programmatici “interni” espressi dal presidente del Consiglio in sede di fiducia al nuovo governo, questo “europeo” sembra essere di gran lunga il più importante. Perché lo spread della Francia oltre i 200 punti (poi per fortuna subito calato), se da un lato è la prova provata che il complotto contro l’Italia e il governo Berlusconi che è stato evocato dalla destra non esiste e non è mai esistito – altrimenti Sarkozy, indicato come il mandante dell’aggressione finanziaria contro di noi, non sarebbe vittima dello stesso meccanismo di mercato – dall’altro lato è la certificazione del fatto che la crisi è prima di tutto eurosistemica e che solo in quella sede è risolvibile. Questo non significa, sia chiaro, che non esista anche una “crisi italiana”: nel nostro caso, è bene ripeterlo per i troppi politici che si auto-assolvono scaricando la colpa su “Merkozy”, le crisi sono due e dunque i problemi e i pericoli sono doppi. Risolvere quella nazionale è condizione necessaria ma non sufficiente, non risolverla ci condannerebbe ugualmente anche se l’Europa riuscisse a trarsi d’impaccio. Finora, non abbiamo per nulla sciolto, anzi, i nostri nodi, e siamo stati esclusi da quell’euroclub – pur diviso da interessi contrastanti – dove si prendono (o si dovrebbero prendere) le decisioni continentali. Vedremo ora se il governo Monti saprà avviare a soluzione almeno un po’ dei tanti problemi italiani.

E pur nella prudenza di un approccio che non poteva non tener conto del carattere straordinario di questo esecutivo – senza per questo rincorrere chi paventa una caduta, o addirittura un’interruzione, della legittimità democratica, che non c’è non fosse altro perché la Costituzione non dice che il premier viene eletto direttamente dai cittadini, e quella del nome sulla scheda è una finzione oltreché una forzatura del dettato costituzionale – Monti ha già suscitato grandi speranze che alcune scelte riformatrici a lungo enunciate e mai praticate vengano finalmente messe in pratica. Alle quali se ne aggiungerà ben presto un’altra, purtroppo: quella di portarci fuori dalla recessione ormai in atto. Nessuno in questa fase delicatissima ha avuto ancora il coraggio di porre la questione, ma con i dati disastrosi di settembre relativi all’industria, usciti ieri, è diventato chiaro anche ai ciechi che terzo e quarto trimestre dell’anno avranno il segno meno quanto a pil, predisponendo un trend per il 2012, quantomeno nella sua prima metà, a dir poco allarmante. Così, le ultime previsioni per il 2011 e il 2012 della Commissione Ue, che danno per il pil italiano rispettivamente un +0,5% e un +0,1%, sembrano persino consolanti (si fa per dire), tanto che molti istituti di ricerca e uffici studi le considerano già superate e stimano che quest’anno non andremo oltre un paio di decimi di punto sopra lo zero, e che per l’anno prossimo ci sarà una contrazione della ricchezza di almeno un punto.

Ma se non sussistevano dubbi che l’abbinata “risanamento & crescita” fosse l’obiettivo fondamentale del governo Monti, meno scontata, e per certi versi ancora più confortante, era la volontà di tornare ad essere arbitri del comune destino della moneta unica. Così come non pare di maniera la disponibilità mostrata dagli interlocutori francesi e tedeschi a consentirci di riguadagnare la centralità perduta nei processi decisionali europei. E tutto ciò è importante perché l’Italia deve assolutamente (im)porre il tema dell’integrazione politico-istituzionale dell’eurosistema. La credibilità acquisita mettendo mano ai nostri problemi dovrà tradursi in pari riconoscimento di peso nel porre la questione delle questioni: la costruzione degli Stati Uniti d’Europa. E noi più di altri dovremo chiedere che si avvii questo processo di devoluzione ad un governo federale eletto direttamente dai cittadini europei di quote importanti delle attuali poteri sovrani, per il semplice motivo che abbiamo più degli altri interesse a che questo accada. Lo avevamo prima che scoppiasse la guerra degli spread e vedessimo in faccia il pericolo del default, perché eravamo comunque il paese più debole per crescita e livelli di modernizzazione del sistema socio-economico e della macchina amministrativa pubblica, lo siamo a maggior ragione oggi che abbiamo la pistola alla tempia dei mercati finanziari.

Monti, che conosce bene i limiti dell’Europa – anche se non si è mai lasciato andare ad una critica severa, guardando sempre la parte piena del bicchiere – è l’uomo giusto, per credibilità personale, esperienza di commissario Ue e ruolo di risanatore nel paese delle “non riforme”, per porre ai suoi colleghi il tema dell’upgrading federale dell’eurosistema. Scelta praticabile solo in un quadro politico di larghe intese, o comunque di ritrovata concordia nazionale. Per questo è bene dire chiaro e forte alle forze parlamentari che hanno consentito con così vasto consenso la nascita del governo Monti che la loro responsabilità, circa la leale collaborazione con l’esecutivo, non riguarda solo le misure d’emergenza per far fronte all’incendio appiccato dagli spread, ma valica i confini e diventa europea. Ed è, non sfugga a nessuno, una responsabilità epocale.

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