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La retorica del politically correct

Clima appiccicoso

Le logiche di mercato che guidano la riconversione “verde” dell’economia

di Davide Giacalone - 09 dicembre 2009

Se la retorica producesse benessere, per giunta senza inquinare, i tanti commenti sulla conferenza di Copenaghen, ispirati ad un generale conformismo, potrebbero essere letti con meno severità. Così come potrebbe essere visto con meno fastidio il filmato introduttivo, nel quale, con fantasia tendente allo zero, si chiamano i bambini a chiedere la salvezza del loro mondo, quello futuro. Nel filmato, purtroppo, manca la difesa dei bambini senza futuro, quelli che muoiono subito, per mancanza, non per eccesso di sviluppo.

I protagonisti della conferenza Onu, però, non sono i bambini. E la retorica attecchisce solo nelle menti poco disposte all’approfondimento. I protagonisti sono gli Stati Uniti, capofila del mondo già ricco, industrializzato e sviluppato, e Paesi come la Cina e l’India, che non sono in via di sviluppo, ma vivono un’impetuosa e lunga crescita economica e produttiva. I primi hanno già cambiato diverse volte opinione. Inizialmente, sotto la presidenza di Clinton, firmarono gli accordi di Kyoto, destinati a contenere l’emissione di gas serra, successivamente, governati da Bush, voltarono le spalle a quella politica, sostenendo che non avrebbero ridotto quel che i concorrenti non si sognavano di ridurre. Ora Obama cambia nuovamente rotta, e che a guidarlo sia una più consapevole coscienza ecologica possono crederlo solo gli illusi.

Quel che è cambiato, nel tempo, non è solo il colore politico della presidenza, ma la situazione oggettiva del mercato. Nel mondo della produzione di beni materiali l’occidente industrializzato conta sempre di meno, mentre la crisi, deflagrata nell’estate del 2008, ha seriamente posto il problema di un collasso industriale che porta con sé la crescita della disoccupazione. Gli americani, come anche gli europei, hanno il problema di far convivere gli aiuti pubblici all’economia con il crescere del debito pubblico. La riconversione “verde” dell’economia è, appunto, una buona occasione. La partita vera, quindi, non si gioca sulle margherite di fine secolo, ma sui soldi da spendersi oggi.

La Cina, del resto, guarda con interesse a quella spesa, non foss’altro perché nelle sue mani si trova la gran parte del debito statunitense. Ma ci sono due cose, sulle quali non intende mollare: a. il processo di crescita non si tocca, perché il gigante asiatico e l’India hanno ancora un enorme potenziale di sviluppo; b. visto che i già ricchi vogliono parlare in termini globali, pensando d’imporre agli altri parametri che loro stessi, negli anni dell’arricchimento, non rispettarono, comincino a compensare la faccenda mettendo tecnologia di valore a disposizione di chi è in via di sviluppo. Una posizione logica, forte economicamente e politicamente, seguendo la quale, però, ci consegniamo nelle loro mani e consegnano loro l’Africa che non hanno ancora comprato. Messa così, la cosa somiglia meno ad una scampagnata di bimbi ruzzanti e di più ad uno scontro d’interessi imponenti.

Mettiamo che le cose vadano nel migliore dei modi (ce lo auguriamo, naturalmente), che si trovi un punto d’equilibrio e gli sforzi convergano verso un maggiore e più distribuito sviluppo, accompagnato da una più saggia conservazione delle risorse naturali e della stabilità ambientale, al netto delle sciocchezze catastrofiste, che prima prevedevano l’imminente glaciazione ed ora paventano l’incipiente squagliamento. Questo segnerà il trionfo degli ideali raccolti sotto uno dei loghi più globalizzati (pur essendo no-global), quello del sole che ride? Neanche per sogno, anzi, quel sole farebbe bene a ridere meno e vergognarsi di più, visto che il progresso produttivo, cui nessuno rinuncia, richiede comunque maggiore consumo d’energia, e se non vogliamo ricavarla bruciando fossili, e producendo gas serra, la produrremo incrementando drasticamente la fonte nucleare.

Già, perché le pale che girano sono una gran bella cosa (a me non dispiacciono, neanche esteticamente), le maree che si muovono hanno un andamento suggestivo, il sole che si riflette sui pannelli è ottimo per lo scaldabagno, ma per l’industria, se non vogliamo ricoprirci di pale, maree e pannelli, ci vuole l’energia atomica. Non a caso il settore in cui si prevedono i più massicci investimenti, con significative, ed intuibili, conseguenze in termini di controlli, quindi di politica estera non ispirata all’autodeterminazione dei reattori.

Non me ne scandalizzo, perché nuclearista già dall’epoca dei referendum che ci hanno rovinati, ma guai a prendersi in giro, guai a credere che da Copenaghen possa uscire un’economia che va a pedali. Il che significa, per venire alle cose di casa nostra, che al nuovo programma nucleare dovremo mettere il turbo, se oltre al clima appiccicoso della retorica non vogliamo beccarci anche le multe perché incapaci di non inquinare.

Pubblicato da Il Tempo

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