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Non serve rattoppare, ma innovare

Ci vuole una rivoluzione culturale

L’Italia ha bisogno di idee che aiutino il Paese a liberarsi dalla zavorra dell’immobilità

di Davide Giacalone - 22 febbraio 2008

De Mita può ben stare fuori dal Parlamento senza che la democrazia ne subisca il benché minimo nocumento. Quel che non è riuscito a fare in quarantacinque anni non lo avrebbe certo fatto nei prossimi mesi. E’ più interessante sapere se entrerà qualcuno capace di idee che aiutino l’Italia a liberarsi dalla zavorra che la condanna all’immobilità. Quando il rettore del Politecnico di Milano arriva a dire, agli studenti: “fuggite all’estero”, vuol dire che siamo al capolinea. E quando la spesa delle università è quasi totalmente assorbita dai costi del personale, vuol dire che non investiamo, ma sperperiamo. A questo non si rimedia con qualche cerotto, ci vogliono idee rivoluzionarie.

Prima di tutto si deve cancellare il valore legale del titolo di studio. Basta con il “pezzo di carta” che serve a farsi chiamare dottore. Ci vuole rigore selettivo nel finanziare le università, nell’assumere e mantenere in cattedra i docenti e nel laureare gli studenti. L’università fasulla, con il professore ruminante ed il laureato ignorante sono un costo per tutti. Non si deve più pagarlo. Le singole università vanno messe in concorrenza fra di loro, ed i risultati da compararsi non solo relativi al numero di laureati su quello degli iscritti al primo anno, altrimenti basta premiare l’asineria per figurare fra i più produttivi. No, si deve sapere che fine fanno i laureati, quanto tempo ci mettono a trovare lavoro e quanto guadagnano.

State sicuri che le famiglie selezioneranno, sulla base di queste conoscenze, le università utili e scarteranno quelle che fanno perdere tempo. Queste ultime possono pure chiudere. Così come selezioneranno i professori bravi, mentre gli altri perderanno la cattedra. Negli Stati Uniti la percentuale di spesa pubblica per l’istruzione superiore è il doppio della nostra, alla faccia dei pregiudizi sulla “privatizzazione” della cultura, ma le università hanno altre fonti di finanziamento, compresi contributi di privati e studenti, che coprono più della metà della spesa. Da noi paga tutto lo Stato, riducendo tutti ad impiegati dell’esame. Le lodevoli eccezioni confermano la regola. Questa roba, per giunta in bancarotta, va demolita. Per amore della cultura, della ricerca e della loro libertà. Subito, facendo quel che serve, non quel che piace ai rettori.

Pubblicato su Libero di venerdì 22 febbraio

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario