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Crisi italiana all’apice, come uscirne?

Ci vuole un vero “discorso alla nazione”

Un Paese sempre più allo sbando, soffocato dalla paura del presente e soprattutto del futuro

di Enrico Cisnetto - 14 novembre 2008

Da un lato si celebra, o si paventa, il ritorno in forze della Politica a dispetto del Mercato, si registra il cambiamento di umore di un imprenditore come Roberto Colanninno, un tempo vicino a D’Alema e oggi in feeling con il duo Berlusconi-Letta, si discute quale sarà l’intervento pubblico nel credito con la pistola – “I banchieri? A casa o in galera” – del ministro del Tesoro poggiata in bella vista sul tavolo. Dall’altro lato, si osserva con crescente sgomento i titoli crollare in Borsa, le aziende mettersi in fila per chiedere la cassa integrazione,130 persone mettere in ginocchio il trasporto aereo nazionale, un manipolo di studenti reazionari fare alleanza con i più corporativi tra i docenti, la Rai che non riesce a darsi un vertice e la Commissione di Vigilanza un presidente, e persino la legge elettorale per le europee che Berlusconi e Veltroni vorrebbero cambiare senza riuscirci (per fortuna) nonostante l’apparente forza parlamentare. Quale dei due ritratti rappresenta davvero l’Italia, quello che ritrae il Potere mai così forte, concentrato e dotato di consenso – tanto da indurre a denunciare un deficit di democrazia – o quello che coglie i mille frammenti di un Paese allo sbando, soffocato dalla paura del presente e soprattutto del futuro? In realtà, non c’è contraddizione: la “crisi italiana” ha oggi il suo apice – e, speriamo, il suo epilogo – nel combinato disposto tra l’aver creato il massimo del “decisionismo” possibile, anche a costo di forzare le regole e di favorire l’autoreferenzialità, e l’aver prodotto il minimo delle “grandi decisioni” necessarie per far uscire il Paese dal suo ventennale declino, e a maggior ragione indispensabili oggi di fronte agli effetti della crisi finanziaria internazionale. Una situazione, questa del “tanto potere, tanta impotenza”, che gli italiani percepiscono e traducono in sfiducia, sgomento, disillusione, apatia. Cioè in sentimenti che anziché aiutare l’inversione di rotta, accentuano la pendenza del piano inclinato su cui il Paese scivola.

In particolare, la discussione sui termini dell’emergenza accentua questi stati d’animo, perchè se da un lato si enfatizza la portata epocale della crisi – per certi versi anche oltre il reale – dall’altro non arriva al Paese una voce, nello stesso tempo autorevole e suadente, capace di spiegargli come davvero stanno le cose, quali idee forti si hanno in testa per uscire dal tunnel, qual è la direzione di marcia che s’intende imboccare, quali interessi in conflitto con altri si è in grado di mobilitare in modo che il consenso non si riveli un’inutile delega in bianco che s’infrange di fronte al blocco conservator-corporativo di minoranze organizzate. Per dirla in soldoni, io credo che un po’ tutti, ma soprattutto coloro che hanno votato il centro-destra, si attendano un presidente del Consiglio che mette da parte le battute (gaffe o non gaffe che siano) e parla un linguaggio di cruda, ma perciò stesso rassicurante, verità. Insomma, uno statista oltre che uno straordinario raccoglitore di voti.

Perchè mai come in circostanze di questa gravità – gravità che Tremonti non tace, anzi – c’è bisogno di saper dare ai cittadini la fiducia.

La quale non deriva da un ostentato e stucchevole ottimismo – peraltro in clamorosa rotta di collisione con chi nel governo usa ben altro linguaggio – ma dalla percezione che i cittadini hanno di essere nelle mani di chi coniuga con efficacia diagnosi e terapia e si sa circondare delle persone giuste. Percezione che oggi è scarsamente diffusa, anche se gli stupidi che dall’altra parte della barricata si attardano nella denuncia – oggi non è più tempo di “dagli alla casta” – e nella demonizzazione, regalano a Berlusconi e al Governo dosi massicce di antidoto (della serie “sarebbe peggio se a palazzo Chigi ci fosse la sinistra”). Dunque, caro Cavaliere, si presenti in tv e faccia un “discorso alla nazione” e ci convinca che siamo in buone mani. Per lei che desidera più di ogni altra cosa passare alla storia, ora o mai più.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario