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La Corte dei conti boccia la Finanziaria 2007

Ci vuole un tavolo dei riformisti

Anche l’Europa ci chiede la riforma delle pensioni.E la produzione industriale cala.

di Enrico Cisnetto - 11 ottobre 2006

Il sì condizionato dell’Europa, l’ok dei Comuni e il sonoro no della Corte dei Conti. Nello stesso giorno la Finanziaria di Prodi e Padoa-Schioppa riesce a incassare tre voti diversi, che non cambiano – anzi, amplificano – il giudizio negativo su questa legge di bilancio. Bruxelles ha dato il suo sì di massima alla manovra, e non poteva essere altrimenti visto che le misure per la riduzione del rapporto dal deficit/pil ci sono, e l’analisi delle poste di bilancio è necessariamente di massima, visto che quella più approfondita spetta a Eurostat. Ma Almunia ha anche sottolineato il problema dell’età media della popolazione in salita e dell’impatto di questo sui bilanci pubblici. Cioè, ha chiesto per l’ennesima volta una riforma delle pensioni che invece il governo si è guardato bene dal mettere in Finanziaria, nonostante lo stesso ministro dell’Economia ne avesse parlato in luglio come di una necessità improrogabile.

Il sì degli enti locali è venuto dopo lo “sconto” di 600 milioni di euro sui tagli a comuni e province: un provvedimento che torna ad allargare le maglie di una spesa che già oggi quella decentrata rappresenta il 55% del totale. E’ arrivata anche la rimozione dei vincoli agli investimenti: anche qui, bisogna mettersi d’accordo sul significato della parola. Se stiamo parlando di infrastrutture, ben vengano. Se invece si tratta di missioni all’estero che sembrano gite da Touring club come quelle contro cui ha tuonato il ministro Bonino, allora è un altro paio di maniche.

Ma il no più pesante, e quello più autorevole, è arrivato dalla Corte dei Conti. Che, pur esaminando una manovra non ancora approvata – una prassi che non condivido, visto che le somme andrebbero tirate alla fine – è arrivata alle stesse nostre conclusioni. E cioè che l’equilibrio finanziario si è ottenuto non con la virtù della minore spesa, ma con il vizio delle maggiori entrate. Se si considera anche la finanza locale, infatti, circa l’80% della manovra economica proviene da maggiori entrate: la pressione fiscale, già in crescita nel 2006, potrebbe aumentare ancora per più di un punto percentuale nel 2007. E quindi un’azione correttiva orientata sul prelievo fiscali non può non avere ripercussioni sulla crescita economica: deprimerà i consumi e riuscirà a far crescere anche nel 2007 la spesa pubblica, così come era cresciuta durante la gestione del centro-destra. Con un effetto depressivo sulla crescita e senza diminuire il trend di ascesa della spesa pubblica. L’obiettivo del risanamento sarà raggiunto – seppure al prezzo di nuove tasse, e grazie soprattutto alle maggiori entrate fiscali del primo semestre – ma la manovra non creerà né equità né sviluppo. Certo, non produrrà neppure quella “macelleria sociale” maldestramente evocata dal centro-destra, visto che è stato calcolato (Massimo Baldini, Università di Modena) nell’1% del reddito lo scostamento in più e in meno che la rimodulazione dell’Irpef e degli assegni familiari produrrà.Se poi si considera che il sostegno alle imprese è a pioggia (cuneo) e senza alcun collegamento con il futuro “piano Bersani”, quando invece le scelte di politica industriale avrebbero dovuto precedere e quindi indirizzare la manovra, si capisce come la Finanziaria non contenga nulla di veramente strategico e autenticamente riformista per far uscire il Paese dal declino. E intanto è arrivato proprio ieri un campanello d’allarme: secondo l’Isae la produzione industriale, in crescita nell’ultimo trimestre dell’1,2%, a settembre è però calata dello 0,5%. Non vorremmo che questo fosse il segnale che la ripresina che ha attraversato l’Italia – trainata soprattutto dalla crescita tedesca – fosse già finita. Perché, se fosse così, allora andrebbero anche rifatti i conti della crescita prevista nel 2006 e nel 2007. E anche per le nostre finanze, a quel punto, sarebbero guai.

Ma il tempo per rimediare c’è, e la possibilità – grazie ad un quadro reale dei conti meno pesante del previsto – anche, ma solo se i riformisti di entrambe le parti si decidono a mettere in un angolo tanto i massimalisti di sinistra quanto i populisti di destra. Ci vuole un “tavolo dei riformisti” che riscriva la Finanziaria su altre basi, con l’obiettivo prioritario di un “patto per lo sviluppo”, che consenta di scrivere un piano per la riconversione produttiva del nostro sempre più marginale capitalismo. Chi ha il coraggio di farlo, alzi la mano. Prima che sia troppo tardi.

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