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Public Policy

Considerazioni algebriche di economia

Ci serve un nuovo Keynes

La globalizzazione seleziona le nazioni e le velocità di produzione del benessere

di Antonio Gesualdi - 31 ottobre 2006

Stato e Mercato, logicamente, si prestano a qualche considerazione algebrica. Combinandoli con un "+" o un "-" abbiamo quattro risultanti logiche: + Stato e + Mercato; - Stato e + Mercato; + Stato e - Mercato e infine - Stato e - Mercato.
Ognuno di questi slogan è utilizzato dalla politica tranne l"ultimo. Di fatto la storia vissuta finora ci ha presentato quasi sempre la variante più antica: "+ Stato e + Mercato". Le nazioni si sono sviluppate nell"accrescimento dei poteri centrali e, contemporaneamente, nella crescita delle economie nazionali.
La sequenza è abbastanza condivisa: le aziende hanno prodotto beni, ma anche reddito per consumare e profitti per investire. Una qualche solidarietà si esprimeva tra l"imprenditore che avviava l"impresa e i lavoratori che dall"impresa traevano un reddito. La produttività - che si esprime prima di tutto nella "produzione" di figli - aumentava e quindi anche il consumo e una certa distribuzione del benessere. Lo Stato interveniva soprattutto per regolare le sfasature tra la crescita della popolazione e le esigenze del mercato del lavoro. Lo Stato interveniva, anche, per produrre infrastrutture, burocrazia, servizi per meglio organizzare la nazionei. Insomma il keynesismo più che una teoria economica è prima di tutto una teoria sociologica. L"intervento pubblico serve a far crescere il mercato perché, al fondo, vi è un obiettivo che accomuna l"imprenditore e il lavoratore. L"imprenditore ha interesse a sostenere il lavoratore che ha interesse a sostenere la produttività dell"azienda. Aumenta il ruolo dello Stato, ma anche quello del Mercato. Gli ambiti sono complementari e, soprattutto, interconnessi. Tutt"al più impennate di inflazione contribuiscono a redistribuire la ricchezza per gli attriti prodotti dall"intervento politico.
Il Prodotto Interno Lordo è soprattutto dovuto ai settori produttori di beni: agricoltura e industria. E il PIL, infatti, dal secondo dopoguerra è diventato un indicatore importante.
Oggi il PIL è ritenuto un "indicatore di guerra"; una sigla che misura soltanto la potenza della produzione. Non è il calcolo della ricchezza: nelle tasche dei cittadini di una nazione non finisce il PIL, ma la redistribuzione che lo Stato ne fa. E così siamo già finiti nella logica di "+ Stato, - Mercato" contrapposta all"esigenza di "- Stato, + Mercato". Questa asimmetria è la risultante del nostro tempo; del periodo di transizione che stiamo vivendo e che dovrebbe portarci - più nel lungo che nel breve - verso un globale "- Stato e - Mercato". Cosa che nella logica della realtà vale tante quanto il "+ Stato, + Mercato".
Nell"era della globalizzazione accade che le aziende non producano più beni solo per il mercato interno, ma anzi, soprattutto, per l"export. Non solo, ma accade che l"interesse dell"imprenditore e del lavoratore non coincidano più. Chi produce non è chi consuma e l"imprenditore tenderà a pagare sempre meno il costo del lavoro... a tutti i costi cercando di imbarcare manodopera immigrata che gli permette di non investire in innovazione - ad ammortamenti già azzerati - e calmierare il costo del lavoro se non, addirittura, facendo emigrare l"azienda stessa. Il lavoratore produrrà sempre meno - farà sempre meno figli - perché percepisce la crisi del reddito e abbasserà sempre più i consumi, alzerà i risparmi e confiderà nella rendita finanziaria.
Il PIL industriale cala (oggi tutte le società avanzate sono sotto il 30%), allo Stato viene chiesto di drenare sempre più risorse da distribuire (tasse!), alle aziende viene chiesto di finanziare la redistribuzione (tasse!), ma al Mercato viene chiesto di produrre di più. Il paradosso è sotto i nostri occhi: il PIL mondiale cresce a ritmo sostenuto, ma quello nazionale stagna. Il Mondo sta crescendo, ma in modo diseguale. Come è sempre stato, del resto. Solo che questa volta nel Mondo ci siamo noi e non i nostri antenati.
Un solo dato per capirci: nel nostro Paese nel 1975 la quota di reddito disponibile da lavoro dipendente era di circa il 63%. Nel 2004 era del 49%. Quanto ai profitti sono stati superati dalle rendite nel 1997. Dunque noi italiani, nella globalizzazione, siamo diventati un Paese che vive di rendite, che produce sempre meno reddito, che non fa più figli, e produce sempre meno beni. Non solo, ma gli adulti si fingono vecchi per andare precocemente in pensione, i giovani si fingono bambini per continuare a stare nella casa dei genitori e i bambini sono in via di estinzione perché una società di vecchi e bambini, appunto, non fa figli. Un solo altro dato esplicativo: dal 1995 al 2001 l"occupazione dei 15-24enni italiani è diminuita del 14,5%.
Per ora la pressione politica è sulla richiesta di "+ Stato" avendo come obiettivo la redistribuzione delle ricchezze. Di fatto, però, lo Stato può sempre meno redistribuire perché chi produce è all"estero e quindi la realtà impone "- Stato". Ma anche la richiesta di "+ Mercato" è illusoria perché il Mercato è vivo se le singole nazioni producono e si ri-producono e quindi consumano.
La globalizzazione, per ora, seleziona le nazioni e le specifiche velocità di produzione e ri-produzione e fa aumentare il benessere globale, ma non equamente distribuito. Quindi nei paesi economicamente maturi come il nostro abbiamo una risultante opposta a quella illusoria: ovvero di "- Mercato". Di fatto stiamo andando verso una risultante globale, e le nazioni più avanzate ci vanno a velocità più sostenuta, di "- Stato e - Mercato".
Per capire e valutare cosa sia meglio fare in un contesto nazionale di "- Stato e - Mercato" serve un nuovo John Maynard Keynes.

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