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Public Policy

L’unico modo per (ri)creare una dialettica politica

Ci salveranno le fondazioni?

Tra i partiti che non contano più e l’intramontabile Berlusconi

di Elio Di Caprio - 24 novembre 2009

Tutto finito e ricomposto nell’attuale maggioranza o tregua temporanea in attesa di riprendere le armi? I sopiti motivi di conflitto potrebbero risvegliarsi da un momento all’altro e tutto ritornerebbe in discussione alla faccia dell’immagine di una forza tranquilla (?) come avrebbe dovuto essere il PDL più Lega che, come ci spiegano, per la prima volta in 60 anni può contare su una maggioranza a prova di bomba alla Camera e al Senato.

Lo si voglia o no, resta sullo sfondo il problema dei problemi che non sarà risolto e spiegato neppure dal prossimo libro strenna che Bruno Vespa sicuramente ci propinerà a fine 2010: questo bipolarismo è fallito e non si sa quanto ciò sia dovuto al bipolarismo in sé, inadatto alla nostra storia politica, oppure vada addebitato alle contraddittorie e affrettate ammucchiate di maggioranza e opposizione di questo nostro specifico bipolarismo.

Un altro bipolarismo forse è possibile, un’altra destra è possibile (almeno nella mente futurista di Fini ) ma un altro Berlusconi è impossibile. E’ questo l’impasse che domina tuttora la politica italiana e ancora la blocca. L’onda lunga iniziata nel 1994 con il tumultuoso e confuso successo del Cavaliere appena sceso in politica non è ancora terminata.

E’ troppo presto per fare la storia del berlusconismo visto che i lavori sono ancora in corso, ma pesa ancora l’originario marchio di fabbrica di un partito creato dal nulla che appena costituito- cosa sorprendente se non rivoluzionaria- riesce in pochi mesi a vincere le elezioni politiche con un’audace operazione di assemblaggio politico sul versante della destra e, cosa ancor più sorprendente, dopo soli quattro mesi, alle elezioni europee, incrementa i suoi consensi di un altro 50%.

Tutto ciò avviene in un periodo in cui il problema del conflitto di interessi del Cavaliere proprietario di tre reti televisive non è ancora ritenuto di grande rilevanza visto l’appoggio dato dalle sue TV all’opera di scardinamento dei vecchi partiti e quando nessuno immagina che la mannaia giudiziaria possa abbattersi in misura così ampia su Silvio Berlusconi.

Se ci guardiamo attorno, dopo 15 anni, tra i tanti leader politici occidentali Silvio Berlusconi è l’unico ad essere rimasto in sella, ma è anche l’unico a non aver avuto una sia pur minima storia pregressa di militanza di partito prima di entrare in politica, a differenza di Angela Merkel, di Sarkozy, di Gordon Brown, dello stesso Obama e forse di Putin che si sono fatti strada all’interno di partiti già strutturati e talvolta di lunga storia. Essere o apparire come “non professionista della politica” è stato senza dubbio un vantaggio iniziale di rottura con il sistema precedente, ma poi proprio per questo il Cavaliere non è stato mai capace di creare un partito vero, con le sue regole e gerarchie, con una dialettica interna che consentisse la promozione di percorsi individuali distinti o di correnti organizzate.

Si potrebbero mai immaginare elezioni primarie nel PDL quando il suo destino è ancora rimesso alla bacchetta magica di Berlusconi ed alle decisioni del suo gran ciambellano, Gianni Letta?

Non si può pretendere che dopo 15 anni di invitta influenza mediatica e politica il virus del berlusconismo subisca, come una qualunque influenza A, un’improvvisa mutazione genetica che lo trasformi in una cosa radicalmente diversa. E perchè poi dovrebbe mutare per virtù propria se tutti i sondaggi premiano l’attuale maggioranza, sia pure afflitta da inestricabili conflitti interni? Basterebbe questa considerazione per farci capire come quella che sta diventando una dialettica di risulta nell’ambito del centro destra, tra il solito Fini e il solito Berlusconi- una rivalità che fa quasi il paio con quella degli anni ‘80 tra il solito Craxi e il solito De Mita costretti a stare insieme nella stessa maggioranza di governo- non può assolutamente sostituire all’infinito quella fisiologica tra due blocchi contrapposti in grado di indicare soluzioni alternative ai temi concreti della nostra vita collettiva, dalla giustizia, alla bioetica, alle riforme costituzionali.

Non si fa più politica nei partiti bloccati dalla logica del bipolarismo (bastardo), difficile farla in un parlamento di nominati, restano le Fondazioni. Il loro proliferare segnalano il malessere, sono il tentativo di fare politica con altri mezzi che non siano quelli classici della forma-partito, sono il sintomo più evidente dello scollamento e della difficoltà a fare emergere posizioni unitarie nell’ambito di un bipolarismo che si divide più al suo interno che nel confronto con gli avversari. Oggi tocca al centro destra, fino a ieri era il centro sinistra a dare continuo spettacolo delle rivalità che impedivano di governare.

Ma dove potranno mai arrivare le Fondazioni che, a differenza di quanto accade nelle altre democrazie europee, più che pensatoi di carattere plurale che dovrebbero guardare oltre i partiti per favorire nuove sintesi o nuove convergenze di interessi e di idee, sono esse stesse uno strumento partitico, costrette a condurre una guerriglia elitaria di tattiche più che di strategie? Basta mettere un po’ di sale nella minestra, come dice il presidente della Camera a proposito della sua fondazione Fare Futuro, salita recentemente alla ribalta, quando poi la minestra italiana con o senza sale viene preparata altrove, con ingredienti variabili a seconda dei sondaggi e sempre nell’ambito di una sovraesposizione propagandistica fatta di continue irruzioni mediatiche, da quelle dei ministri Brunetta e Tremonti- ora ci si è messo persino il ministro Rotondi- a quelle della Lega di Bossi e Calderoni e poi dello stesso Fini e compagni, in attesa che il Cavaliere dica l’ultima parola?

Già il Presidente del Consiglio ha promesso che metterà tutto e tutti a posto, parlerà direttamente agli italiani - in televisione ovviamente - spiegando le varie trappole, non solo giudiziarie, ordite da chi vorrebbe spodestarlo contro la volontà popolare. Chi potrà fermarlo? Il Capo dello Stato con un messaggio alle Camere o le Fondazioni che si arrovellano per uscire dai reticolati dei partiti di provenienza? Si ritorna al punto di partenza: un altro bipolarismo è possibile, un’altra destra di governo è forse possibile, ma un altro Berlusconi è impossibile.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario