ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Ci salveranno innovazione e qualità

Caso Elettrolux

Ci salveranno innovazione e qualità

Non possiamo concorrere sul costo del lavoro. Concentriamoci su rapporto qualità-prezzo dei prodotti

di Davide Giacalone - 30 gennaio 2014

La remunerazione di un lavoratore italiano è già competitiva, tenuto conto delle sue capacità medie. Il caso Elettrolux ha le sue specificità, naturalmente, ma alla base ci sono problemi che sono di tutti. E fra i primi non si trova il salario dei dipendenti. Si tratta di una medaglia con due facce: da una parte c’è l’impossibilità di tenere in vita posti di lavoro improduttivi, altrimenti si crea povertà; dall’altra c’è che l’Italia è ancora la seconda potenza industriale d’Europa, e perdere questa posizione equivale al suicidio. Da qui si deve partire, per impostare politiche serie.

Non si tratta solo di Elettrolux, ma quando si parla di abbassare i costi di produzione, per mantenersi competitivi, la prima cosa cui si guarda è il costo del lavoro. Non perché sia il fattore più rilevante, ma solo perché è quello su cui si può agire immediatamente, azienda per azienda, anche in assenza di politiche nazionali. E se i salari medi non sono alti, il costo per unità di prodotto è certamente troppo alto. La differenza è data dalla pressione fiscale e contributiva. Finché la si lascia invariata ci si deve rassegnare o a vedere scendere i salari o a vedere scappare le aziende, con relativa perdita di posti di lavoro e suicidio produttivo. Per farla scendere, del resto, è necessario far scendere la spesa pubblica corrente e quella per il mantenimento del debito, il che comporta fare tutto quello che si continua a non fare. Quella è la colpa che scontiamo. Inutile dire che tutte le parole del governo, con le promesse di taglio del cuneo fiscale, fatte fin dal giorno dell’insediamento, sono state parole al vento.

Ma il fisco e la previdenza non pesano solo sul lavoro, bensì anche sull’impresa. E oltre alla pressione fiscale c’è quella burocratica. Vedo che tutti i giornali s’affannano a pubblicare grafici per mettere in evidenza la differenza del costo del lavoro, fra l’Italia e la Polonia. Sano esercizio. Ma che dire del fatto che un’impresa in arrivo, su terra polacca, può aspirare ad anni di esenzione fiscale? O che il tempo per sbrigare le pratiche necessarie ai permessi è di una settimana? Dunque, perché sia chiaro quanto il conservatorismo e l’immobilismo hanno effetti devastanti: quando le aziende chiedono di far scendere i salari è anche perché il sistema produttivo sconta i costi troppo alti dell’Italia e i tempi demenziali della burocrazia. Forse, raccontandola così, si troverà qualche tifoso in più, per le riforme.

A Pomigliano i lavoratori lo hanno capito, mentre il sindacato fa e farà resistenza. La ragione è che il sindacato rappresenta non gli interessi dei lavoratori, ma della propria conservazione. La burocrazia sindacale non ha nulla da invidiare a quella politica, anche sotto il profilo del costo, pagato dalla collettività. In Germania avevano problemi simili ai nostri, ma hanno saputo riformare il mercato del lavoro e renderlo più elastico. All’inizio è stata dura, ma da tempo raccolgono i risultati. Bisogna interiorizzare, anche culturalmente, che se i lavoratori autonomi hanno orari e tempi dominati dal lavoro, quello dei dipendenti non può essere considerato intangibile dalle esigenze produttive.

Poi c’è il capitolo dell’innovazione. Nel caso dell’Elettrolux è sbagliata la piattaforma dello stabilimento di Porcia. Errore dell’azienda, che non deve andare sul conto dei lavoratori. In generale è necessario incentivare fiscalmente l’innovazione e organizzare produttivamente le università. Dovrebbe essere quello il nostro punto di forza. Siamo destinati a soccombere? Manco per niente: da noi ci sono competenze, storia, abilità e logistica con cui reggere la concorrenza. Anche in presenza di maggiore costo dei fattori produttivi, perché maggiore è la qualità cui siamo chiamati. E’ solare che non potremo mai fare la concorrenza sul costo del lavoro, ma dovremo farla sul rapporto qualità/prezzo dei prodotti. Le nostre peculiarità, che coinvolgono anche l’arredamento, il design, la meccanica, il risparmio energetico (su questo si deve fare molto), ci consentono di guardare al futuro industriale senza vederlo nero. Ma tutto ciò comporta l’immediato abbandono del passato, il distaccarsi dalla rassegnazione e la conciliazione dell’elasticità con la speranza. Altrimenti ci teniamo la rigidità e la certezza. Di chiudere.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario