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Agganciare la ripresa

Ci faremo del male

L'economia italiana è costellata di luci, splendori e fiammelle. La speranza è che la politica non spenga tutto

di Davide Giacalone - 23 agosto 2013

Ci faremo del male. Due raggruppamenti politici, perdenti e persi, s’incaponiscono a prevalere l’uno sull’altro, incuranti del loro progressivo soccombere innanzi alla realtà. Che meriterebbe un atteggiamento più razionale, più attento al tempo che arriva piuttosto che a quello da cui veniamo. Decadenza e supponenza, paura e arroganza accompagnano una stagione in cui si sfoglia la margherita senza petali del “Letta, non Letta”, mentre un terreno fertile e forte, ma non curato e abbandonato a sé stesso, diventa sempre più territorio per rovi. Valutiamo alcuni numeri, e smettiamola di puntare il microscopio alla luna, perdendone totalmente la vista.

Gli ultimi dati Ocse raccontano di un Occidente in troppo lenta e debole ripresa, ma pur sempre leggermente migliore di quel che ci si aspettava. Nell’area dell’euro il prodotto interno cresce, nel secondo trimestre, di un asfittico + 0.3%, ma nel trimestre precedente ancora arretrava di eguale misura, -0.3%. L’Italia imbocca l’ottavo trimestre di recessione, facendo segnare un -0.2%, ma nei primi tre mesi del 2013 viaggiavamo ancora a -0.6%. Troppo poco per gioire e rilassarsi, troppo poco per abbandonarsi a vaneggiare svolte ma, al tempo stesso, troppo evidente che il peggio potrebbe essere messo alle spalle per non impegnarsi strenuamente a cogliere la ripresa. Anche perché, come molte volte abbiamo sottolineato, dentro il dato complessivo italiano ci sono realtà che hanno fatto faville anche in questi anni difficilissimi, dimostrando vitalità e forza che possono moltiplicarsi grazie a mercati che riprendono a crescere.

L’Italia nel suo complesso è messa male? Neanche questo è vero. Dal 1995 al primo trimestre 2013, con la sola eccezione del 2009, abbiamo mantenuto il bilancio statale costantemente in avanzo primario. Nessuno è stato capace di fare altrettanto. In quel periodo abbiamo accumulato un surplus statale primario pari a 593 miliardi. Abbiamo rimborsato interessi sul debito pubblico per 1445 miliardi, metà dei quali finanziati senza creare nuovo debito. Tutti gli altri a noi paragonabili, dalla Francia al Regno Unito, dagli Stati Uniti alla Spagna, hanno pagato interessi interamente generando nuovo debito. Non si tratta d’inforcare gli occhiali rosa, che non rientrano nella nostra estetica, ma i dati sui quali eccellentemente lavora Marco Fortis, con la Fondazione Edison, segnalano un Paese diverso da quello che non solo si trova su molta stampa internazionale, ma sulle nostre stesse bocche. Siamo cresciuti meno, è vero. Cresciamo meno da troppo tempo, verissimo. E questo ha a che vedere con le scelte che non facciamo, con le riforme interne che non variamo. Abbiamo bisogno di lavorare tutti di più, per più ore al giorno e più anni nella vita. L’esatto opposto di quel che andava di moda dire, fino a che il disastro non ha preso forma. Ma è anche vero che dal 2008 a oggi il nostro debito pubblico cresce meno, e in qualche caso assai meno, di quelli altrui. E quel minore debito si riflette anche in minore crescita. Togliete alla Francia il doping della spesa pubblica e troverete un’Italia che cresce più dei fratelli d’oltralpe.

Non servono gli occhiali rosa, serve tenere gli occhi aperti. Non serve tacere le ombre, ma è utile conoscere le luci. Anche perché abbiamo il dovere di farle valere nel condominio europeo. Abbiamo un debito pubblico troppo alto (rispetto al pil), ma per il resto non abbiamo lezioni da prendere. In qualche caso possiamo darle. Il guaio è che restiamo inchiodati al passato e ai guasti interni, deformando la realtà esterna. E’ ovvio che la crisi di governo non sarebbe la soluzione di nulla, ma neanche lo è far finta che il governo stia governando. Sta facendo passare il tempo. E’ ovvio che aprire la crisi su una condanna penale sarebbe fuori di luogo, ma è anche ovvio che non si può considerare di uno solo la tragedia collettiva di una giustizia inefficiente, politicizzata e irresponsabile. E’ ovvio che avendo votato la legge sulla decadenza dei parlamentari condannati ora il Pd si trova prigioniero del doverla applicare al proprio antagonista, ma è anche ovvio che dopo quel passaggio non si può immaginare che resti in piedi l’alleanza che regge il governo. E’ ovvio che la grande coalizione non ha alternative, ma è anche ovvio che non può resistere all’eliminazione di uno dei coalizzati. E’ provocatorio, da parte del Pdl, sostenere che tocca agli altri salvare il leader che quel partito non è riuscito a tutelare, ma è provocatorio anche che il capo della grande coalizione dia dell’irresponsabile a chi manifesta l’esigenza che la soluzione non sia l’autosoppressione.

Da queste opposte e inconciliabili ovvietà si esce se i protagonisti capiscono d’essere perdenti e persi, quindi obbligati a lavorare per una diversa realtà. Istituzionale e politica. Finché ciascuno supporrà di potere ancora prevalere sarà alta la probabilità che ci si faccia collettivamente del male.

www.davidegiacalone.it
@DavideGiac

Pubblicato da Libero

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario