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In Italia regolamenti complicati e multe salate

Chi vorrebbe affondare le barche

E’ burrasca non solo per D’Alema, ma per i diportisti, sfruttati e trattati sempre peggio

di Donato Speroni - 10 gennaio 2006

Dichiaro subito il mio personale conflitto d’interessi. Possiedo una barca. Non così grande come quella di Massimo D’Alema, certamente meno costosa, ma faccio parte anch’io della categoria dei diportisti. O se preferite, dei possessori di yacht, che detto così suona subito biecamente capitalistico.

Non entro nel merito dei soldi di D’Alema, dei suoi rapporti con il mondo dell’economia e con gli eventuali furbetti. Non ne so nulla, se non le cose contraddittorie che leggo sui giornali. Semplicemente trovo irritante – ad anche profondamente sbagliato per l’economia nazionale – che il possesso di una barca sia considerato un segno di spreco, mentre invece possedere una lussuosa seconda casa o una macchina sportiva, indossare golf di cachemire, calzare scarpe inglesi o trascorrere le vacanze in Messico fa parte dei comportamenti normali anche per chi milita a sinistra.

C’è stato il tempo dell’austerità. Era questa la linea di Enrico Berlinguer e, in una certa misura, di Ugo La Malfa. Questi ha avuto grandi meriti, ma la sua ostilità alla produzione di televisioni a colori, considerati un lusso inutile, creò gravi ritardi all’elettronica nazionale.

E’ comprensibile che i politici cerchino di scoraggiare i comportamenti dannosi per l’economia e l’ambiente e non è il caso delle barche a vela che tra l’altro consumano pochissimo carburante. E’ invece inaccettabile (oltre che perdente, come lo fu la battaglia contro i televisori a colori) che cerchino di indirizzare i consumi sulla base delle loro personali opzioni.

Con le barche, e non solo per colpa dei Catoni della sinistra, sta avvenendo la stessa cosa. Il Mediterraneo, insieme ai Caraibi, è la più bella zona del mondo per crociere a vela. Lo hanno capito gli altri paesi rivieraschi: prima la Francia, che ha costruito decine di porticcioli turistici; ricordo ancora lo stupore intelligente di Giorgio Bocca quando, portato in giro da “Skipper”, il figlio appassionato di mare, scoprì che in Costa Azzurra non c’erano solo i ricconi ma migliaia di famigliole che d’estate dormivano nella loro barchetta e ci scrisse sopra una serie di articoli per Repubblica. Questo avveniva vent’anni fa. Da allora si sono gettati a capofitto nel turismo nautico la Tunisia, la Grecia, la Turchia, da ultima la Croazia. Rovinando le coste? Ma va là. Buona parte dei porticcioli sono realizzati con pontili galleggianti che poco danno arrecano al paesaggio. D’altra parte, i benefici economici sono enormi, non solo per il transito delle barche di proprietà di stranieri (a cui si aggiungono cantieri, rimessaggi, servizi a terra), ma anche per il crescente business del noleggio. La Croazia sta costruendo grandi porti dedicati prevalentemente al noleggio e d’estate, nel giorno di cambio degli equipaggi che è normalmente il sabato, si vedono sciami di barche uscire per disperdersi nelle centinaia di isole della costa dalmata. Tutti biechi capitalisti? Ma va là: famigliole felici di austriaci e bavaresi che si godono il mare come certo non potrebbero fare da terra.

L’Italia ha coste meravigliose e una posizione privilegiata, ma per molti anni (soprattutto sul Tirreno) ha osteggiato qualsiasi progetto di porto turistico. Risultato: i pochi che esistono costano il doppio degli scali in altri paesi mediterranei. In Italia i diportisti stranieri passano, per dire “ci sono stato” (le nostre coste sono troppo belle, vanno viste almeno una volta), ma non ci si ferma. Da qualche anno c’è stato un cambio di politica, con abbondante iniezione di finanziamenti attraverso varie società vocate al Mezzogiorno. Alcuni scali nel Sud sono stati costruiti, ma la gestione è spesso disastrosa: la lettura di Bolina, il mensile di chi va per mare senza troppi grilli e con un occhio al portafoglio, riporta continuamente le lamentele per le ruberie e i maltrattamenti a cui sono sottoposti i diportisti, anche negli scali costruiti con soldi pubblici.

In alcuni casi i porti sono in mano alla mafia o alla camorra. Anni fa, per aver occupato un posto pubblico in uno scalo della Campania, senza ascoltare le intimidazioni di un ormeggiatore locale che aspettava un ricco motoscafo, sono stato consigliato dalla Capitaneria di Porto (dico dalla Capitaneria di Porto, responsabile dell’ordine nello scalo) di andar via da quel molo… se non volevo rischiare la barca.

A tutto questo si aggiungono le prescrizioni di sicurezza, regolarmente più complicate di quelle degli altri paesi, i regolamenti d’ormeggio spesso modificati e le multe salatissime: ultimo esempio, sempre da Bolina: 344 euro a Marciana Marina (Isola d’Elba) per aver attraccato poche ore a un molo di lavoro avendo il motore in avaria… ma di questi casi ce ne sono centinaia, tanto che è sempre più forte, tra il popolo dei diportisti italiani, la tentazione di trasferire la barca definitivamente all’estero.

Da che cosa deriva tutto questo? C’è un nesso tra l’atteggiamento di una certa sinistra che considera le barche un lusso inaccettabile, i comportamenti punitivi delle autorità e le mani lunghe di tutti quelli che ruotano attorno agli scali italiani considerando i diportisti come dei polli da spennare? Probabilmente sì, nel senso che la gente che va in barca in Italia è antipatica: alla classe dominante, ai pubblici poteri, a chi non se lo può permettere. Se è così, e temo che sia così, forse D’Alema ha torto. In Italia non si può avere una barca e fare politica. Ma io spero che tenga duro. E intanto veleggio all’estero.

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