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Loro Piana diventa francesce

Chi va e chi evade

Mentre perdiamo un'altra perla del made in Italy, un imprenditore viene condannato per aver evaso 21,5 euro.

di Davide Giacalone - 10 luglio 2013

Non mi fa impressione che Loro Piana finisca nel portafoglio della francese Lmvh, me ne fa, e molta, che un imprenditore possa essere condannato a due mesi e venti giorni di prigione, quindi in sede penale, per avere evaso 21,51 euro di Iva, in questo modo danneggiando il portafoglio collettivo. Quel processo, dagli esiti medioevali, composto di primo, secondo grado e cassazione, è costato almeno mille volte il valore dell’evasione. Quando la pretesa punitiva è così irragionevole c’è del guasto profondo nelle leggi che la reggono.

Non mi fa impressione che un’azienda familiare trovi un compratore capace di renderne globale la dimensione. In un sistema dinamico, in un mercato aperto e ben regolato, è evidente che un’eccellenza come Loro Piana avrebbe dovuto scegliere: o restare familiare, occupando una nicchia e vedendo crescere la ricchezza senza far crescere il marchio; oppure quotarsi in Borsa, perdere il controllo familiare e acquisire la massa finanziaria per far crescere la quantità prodotta e venduta. I Loro Piana hanno scelto la quotazione per interposta proprietà francese, mantenendo il 20% e incassando due miliardi. Hanno fatto benissimo. Ma oltre che campioni del Made in Italy ora sono anche campioni nel dimostrare che, pur crescendo molto, dall’Italia non si fondano multinazionali. Per intrinseca debolezza del nostro sistema. Quelle che avevamo, come Telecom Italia, abbiamo consentito che fossero sbranate da una ciurma corsara, che il valore lo ha annientato anziché moltiplicarlo.

La cassazione sostiene che è del tutto evidente la volontà e la consapevolezza evasiva di quel furfante che pretese di sottrarre all’erario 21,51 euro. Ogni 27 centesimi evasi un giorno di carcere. Bella lezione d’ottusa severità. Il marchio Loro Piana porterà valore a una società che paga le tasse fuori d’Italia. Non oso calcolare a quanti millenni si possa giungere, con quella tariffa giornaliera. Non che ci siano pene da scontare, naturalmente, ma scontiamo tutti il mancato gettito provocato da un ecosistema che non ha certo agevolato soluzioni diverse.

Nei mercati sani c’è un interesse collettivo a far crescere le aziende, perché mano a mano che assumono dimensioni più grosse creano ricchezza e generano gettito fiscale. Nei mercati corrotti da fiscalità demoniaca, invece, si premia chi resta piccolo e sommerso, si considera la crescita una colpa, la si penalizza sul versate del diritto del lavoro e si coltiva l’illusione che possa esistere una potenza industriale popolata da maniscalchi (esempio virtuoso, perché in realtà pensano si possa fare tutti l’impiegato del catasto). Poi, comunque, se ne prendono una manciata e si procede a punizioni corporali anche per pochi spiccioli d’immonda colpa. Se prendete la classifica delle prime 500 industrie nel mondo (Fortune) scoprite che la gran parte è nata negli ultimi anni, crescendo poi alla svelta. Da noi, per evitare il pericolo, li strozziamo nella culla. Fin dai primi vagiti li consideriamo capitalisti profittatori, quindi nemici del popolo, sicché procediamo a tassarli con patrimoniali e prelievi sui profitti. Con l’Irap si è tassata la pretesa di avere dei lavoratori, anche nel caso in cui si sia alla partenza e mancano i profitti.

Se poi quel porcello capitalista pensa pure di non licenziare, scaricando subito la crisi sui lavoratori, se cede al sentimentalismo di considerare le loro famiglie al pari della propria, sicché continua a versare gli stipendi ma, per mancanza di liquidi, non versa i contributi e il sostituto d’imposta, e sebbene egli non sia una evasore, perché concorda con Equitalia una rateizzazione del dovuto, comunque lo trascinano davanti a un tribunale e ne reclamano la condanna penale. E la cosa che mi fa impazzire è che discutono animatamente su qualche mozzicone di pressione fiscale aggiuntiva (di calare manco se ne parla), non sapendo dove trovare i soldi per compensarne la cancellazione, ma non trovano il cervello per capire che cancellando questi aspetti penali i soldi si risparmiano. Pubblici e privati.

La fusione fra Fiat Industrial e Cnh (macchine per agricoltura) genererà una società olandese con residenza fiscale nel Regno Unito. E fanno bene. Ce lo voglio vedere a cambiare residenza fiscale quel disgraziato che ha evaso 21,51 euro. Dal che si conferma che, da noi, la lotta all’evasione fiscale è lotta contro i poveri.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario