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L'editoriale di TerzaRepubblica

Chi semina vento raccoglie sempre tempesta

Se la sacrosanta indignazione si salda con la rivolta qualunquista è la fine inevitabile di un regime. Ma il dopo è un'incognita

13 dicembre 2013

Chi semina vento raccoglie sempre tempesta. E che tempesta, in questo caso: la rivolta della piazza. La politica e le istituzioni non hanno saputo leggere né tantomeno interpretare il malessere crescente della società italiana, nonostante non occorressero lauree in economia e sociologia per farlo, e ora, di fronte alla palese incapacità di dare risposte credibili, è esplosa la reazione. Era inevitabile, anzi è sorprendente che non sia accaduto prima. Infatti, nonostante che la crisi italiana fosse nata ben prima di quella economico-finanziaria, originata quest’ultima da un virus americano, e che in quella degli ultimi tre anni ci fosse un evidente responsabilità europea, la nostra classe dirigente, politica ma non solo, non è stata capace di riguadagnare la credibilità perduta e, anzi, ha finito col bruciare le residue speranze che gli italiani potevano avere di una sua qualche capacità di reazione.

In sequenza sono state gettate alle ortiche: l’opportunità rappresentata dalla pur tardiva interruzione della fallimentare esperienza del bipolarismo malato, coincisa con la crisi da spread e la conseguente decisione del Capo dello Stato di promuovere una sorta di (potenzialmente salutare) “golpe bianco” con la nascita del governo Monti, ben presto rivelatosi (riforma delle pensioni a parte) assai deludente; la chance che due outsider come Monti e Renzi avevano di sparigliare le carte del sistema politico chiamato Seconda Repubblica; il segnale inequivoco di invocazione di radicale rinnovamento lanciato dagli elettori con il voto del febbraio scorso; un governo di grande coalizione che, mettendo fine alla inconcludente e paralizzante contrapposizione tra berlusconisti e anti-berlusconisti, potesse finalmente mettere mano alle riforme strutturali sempre evitate e pacificasse un agone politico messo a ferro e fuoco da una guerra ventennale. Se a questo si aggiunge il fatto che agli italiani è stata inflitta la visione di scene di bassa cucina politica, come il ridicolo tentativo di Bersani di agganciare Grillo, o la pietosa corsa al Quirinale di candidati azzoppati dal fuoco amico, o ancora l’inconcludente dibattito sulla legge elettorale e le riforme istituzionali che ha poi costretto la Corte Costituzionale a sanzionare la decadenza politica (anche se non quella giuridico-formale) dell’attuale Parlamento, si capisce perché l’ondata di discredito non abbia risparmiato nessuno, neppure quel Presidente della Repubblica che fino a ieri veniva generalmente considerato l’ultimo baluardo di serietà in un sistema politico-istituzionale ormai privo di qualunque residuo di credibilità.

Come se non bastasse, nel tentativo di recuperare consenso, sul terreno dell’economia si è scelta l’ostentazione di un ottimismo infondato, che stride con la realtà di imprese che chiudono e posti di lavoro che vanno in fumo, come racconta il grido d’allarme di Confindustria, l’ennesimo, che parla di “disperazione”. Invece la ripresa non c’è, o quantomeno non c’è ancora. Ma averne parlato come di una cosa acquisita, nel comprensibile ma errato tentativo di “tirar su” il morale del Paese, ha inevitabilmente creato la reazione, rabbiosa, di chi sta pagando ora le conseguenze della crisi e sentendosi dare una pacca sulla spalla mentre non trova ragioni di speranza, finisce col rivoltarsi. E lo fa, paradossalmente, proprio nel momento in cui la decisione della Corte Costituzionale sulla legge elettorale, da un lato, e l’ascesa alla segreteria del Pd di un outsider come Renzi, dall’altro, avrebbero dovuto rappresentare notizie di promettenti discontinuità.

Ora che la piazza ribolle, si accorgeranno finalmente che razza di errore è stato aver raccontato che la crisi volge al termine, che si vede la luce in fondo al tunnel e che la ripresa è ormai in atto? Lo capiranno che il Paese ha bisogno nello stesso tempo di cruda verità e slancio senza precedenti verso un programma di radicali cambiamenti? Oppure si illuderanno che basti la fiducia in Parlamento per tornare al torpore che fin qui ha consentito prima a Monti e poi a Letta di essere deludenti in ragione cullandosi nella loro indispensabilità?

Sia chiaro, TerzaRepubblica non è tentata di cavalcare la “piazza dei forconi”, anzi. E non ci sfuggono le diverse e contraddittorie connotazioni di quei manifestanti: un miscuglio di disperati senza prospettive e di delinquenti (ultras calcistici inclusi), di arrabbiati genuini e di rivoltosi di mestiere (che magari viaggiano in Jaguar, come si è visto), di vessati dalle tasse che non ce la fanno a finire il mese e di evasori furbi che si sono fatti ricchi e che usano l’indignazione come scudo “fiscale”. Contro i quali andrebbe comunque applicata la legge, sgombrando con fermezza caselli autostradali e stazioni ferroviarie. Così come non ci sfuggono i tanti cappelli politici, anche di opposti estremismi, che si tenta di appendere a questo “movimento”.

Ma con altrettanta nitidezza non ci sfugge che è l’intestino dell’intero Paese a cui costoro danno voce. E non ci riferiamo al caso delle forze dell’ordine che si sono tolte il casco, un episodio cui probabilmente concorrono fattori diversi, compreso anche una certa stanchezza della base verso vertici che continuano ad avere mano troppo morbida verso le tante forzature delle legalità che la piazza compie. No, qui parliamo dei sentimenti di rabbia e di sfiducia, diffusi anche tra coloro che in piazza non scendono e non scenderanno mai. Quegli italiani, cioè, e sono la netta maggioranza, che al di là degli effetti reali che la crisi ha prodotto alla loro esistenza, si sono fatti l’idea che tutti i guasti derivino da una classe politica corrotta e da istituzioni inefficaci o inutili. Che credono che l’Europa sia una disgrazia e l’euro una fregatura, e che si sono convinti che la Germania sia ormai il totem del sopruso e della povertà altrui. Che non sono disposti ad accettare l’idea che, con la globalizzazione, i diritti degli emergenti possano mettere in discussione le certezze degli opulenti. Italiani che vivono di spesa pubblica e altri che non sopravvivono perché la spesa pubblica eccessiva toglie loro delle opportunità. Dipendenti pubblici che non producono e che, come nel caso dei tranvieri di Genova, non vogliono che la loro società pur fallita sia privatizzata, che marciano insieme a operai di società private diventati disoccupati e a partite Iva che non riescono più a fatturare. Uniti, tutti uniti, dalla comune indignazione verso quei “porci di politici”, in un frullato in cui il “populismo & qualunquismo” di Grillo si unisce a quel sentimento di “smarrimento & infelicità” indicato dal Censis come il tratto psicologico prevalente dell’intera società.

Insomma, se di fronte a questa incertezza di presente e paura di futuro, la risposta politico-istituzionale è “state tranquilli che adesso passa”, peraltro accompagnata da mancanza di concretezza nel day-by-day e totale assenza di visione prospettica, non ci si può poi lamentare che le piazze si riempiono e mandano segnali di rivolta. E dopo l’errore di aver dato la risposta sbagliata, ora non si commetta anche quello di sbagliare analisi, sottovalutando la portata sistemica di queste manifestazioni. Anche se si fermassero qui – come ci auguriamo – rimarrebbero comunque la spia rossa accesa di un malessere sociale di cui la politica deve farsi carico giocando all’attacco. Cambiamenti radicali, ci vogliono. Per non dire rivoluzione. E le chiacchiere stanno a zero.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario