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L'inarrestabile dèblacle della sinistra

Chi pagherà i costi di un'oligarchia?

Contro lo spauracchio dell'Antipolitica, serve un antidoto

di Cesare Greco - 23 maggio 2007

La crisi della politica è ormai un fatto assodato. Lo sanno tutti. Tutti ne denunciano le cause e, soprattutto i politici, affermano che occorre trovare soluzioni che la rilancino. Ma quali soluzioni? Tutte interne alla più vacua ritualità politica, tipo accelerare la realizzazione del Partito Democratico. Roba da far cadere le braccia. Ormai il sentimento diffuso è quello di totale sfiducia verso una classe dirigente percepita come formata da mediocri oligarchi, autoreferenziati, svincolati da ogni controllo sulle capacità personali, il cui mantenimento costa ai cittadini milioni di euro ufficiali e molti di più in periodici scandali. Non sono più nell’immaginario collettivo i costi della Democrazia, sono i costi della Oligarchia.

Sono i costi di una classe dirigente ormai percepita come separata dal resto della popolazione, che continua a discutere dei problemi interni alla casta, del tutto sganciata dalla realtà di un paese stanco, prossimo all’esasperazione per dovere mantenere, ricevendo in cambio inefficienza, un esercito di arroganti parassiti. Il problema non è neanche il numero e i benefici economici dei parlamentari. Questa è solo la punta di un enorme iceberg al cui massa sommersa è rappresentata da istituzioni locali spesso inutili, salvo che nel garantire uno sbocco professionale per disoccupati privilegiati, e dalla miriade di incarichi profumatamente retribuiti, senza alcun controllo dei risultati, conferiti senza la minima selezione ad un esercito di amministratori nominati e controllati dalla politica e che possono vantare nel loro curriculum un buon servizio da galoppini elettorali.
E’ questo il vero problema: il controllo militare sul sistema pubblico dei servizi, dalle ASL alle municipalizzate ai più fantasiosi e inutili servizi di consulenza, da parte dei partiti politici.
Pozzo senza fondo di spese incontrollate, sostenute con il pubblico denaro a fronte di prestazioni, nella migliore delle ipotesi, indegne di un paese civile e nella peggiore del tutto assenti. In tutto ciò appare francamente surreale la conclusione dell’articolo odierno del Direttore di Repubblica che, dopo un’attenta e puntuale analisi dei problemi, che francamente condivido, individua nella realizzazione non banale del Partito Democratico le possibilità di rilancio della politica. Il Partito Democratico nascerà nell’unico modo possibile, ovvero portandosi dietro tutte le contraddizioni e soprattutto tutto il pervasivo sistema di potere dei partiti che concorreranno a formarlo. Se oggi appare forte il rischio dell’affermarsi dell’antipolitica la colpa non è di chi ad essa vorrà ispirarsi per scalzare e sostituire l’attuale oligarchia di governo (intesa nel senso più ampio e trasversale), ma di chi, esercitando così come lo esercita il potere, avrà fatto sì che la politica venga percepita come il frutto di tutte le distorsioni indicate da Ezio Mauro nel suo articolo.

Ma il dato più preoccupante è un diffuso venir meno del senso dello Stato a fronte di una forte richiesta di autorevolezza se non di autorità. In un sondaggio pubblicato da Repubblica sul numero in edicola oggi, gli italiani mostrano fiducia nell’ordine: nelle Forze dell’ordine (fiducia trasversale), nel Presidente della Repubblica (abbastanza trasversale), nell’Unione Europea (quasi sempre percepita come istituzione di garanzia di legalità), nella Magistratura (per lo meno a sinistra, ma sarà ancora così se andranno avanti le inchieste su Unipol e GdF?) e Chiesa Cattolica (soprattutto a destra). Totale sfiducia verso gli strumenti di rappresentanza sociale, come sindacati e confindustria, e ancor peggio verso il Governo per terminare con lo strumento di rappresentanza democratica per eccellenza, i partiti politici, verso i quali solo un italiano su dieci (ma tra gli indecisi al voto o astenuti si arriva al due per cento) mostra di nutrire ancora fiducia. Verrebbe da chiedersi: quanti di questi dieci campano grazie al diffuso sistema di potere partitico?

Si dice comunemente che per riscrivere le regole della democrazia, per riformare dal profondo le Istituzioni, occorrano cambiamenti traumatici che portino al sovvertimento dell’ordine costituito e alla sostituzione di una classe dirigente con un’altra. Se si guarda alla storia di questo paese è senz’altro così. Ma in un lungo periodo di pace come questo, nel quale i sessantenni non hanno mai vissuto una guerra, il rischio è il progressivo deteriorasi delle Istituzioni e un lungo declino che finisca per accumulare insofferenza e rancori. Il rischio è che, di fronte al dilagare della corruzione dei costumi politici, si possa finire per credere a chi imputi tutto ciò alla politica in sé e magari agli strumenti democratici. Da ciò che si legge sui giornali, dalle dichiarazioni informali dei rappresentanti della nostra classe politica, almeno dei più accorti, questo rischio appare compreso ma riferito con un vago senso di impotenza o, peggio, di mancanza di idee su come porvi rimedio. Si continua a vivere alla giornata, con il rischio che ancora una volta siano altri, come ad esempio la magistratura, ad assumere un’iniziativa che, come già nel passato, soddisfi le pulsioni più viscerali dei cittadini senza peraltro poter costruire alcunché sulle macerie prodotte, dal momento che né ne ha gli strumenti né rientra, e ci mancherebbe, tra i suoi compiti.
Lasciando un paese decapitato e preda delle mezze figure di turno che l’abbiano svangata. Lo scopo della politica è quello di cogliere le distorsioni del sistema e porvi rimedio sulla base di un progetto di sviluppo, che sia di destra o di sinistra ma che sia un progetto.
La palese mancanza di questo progetto, ormai evidente a tutti, genera la totale incertezza del futuro e la consapevolezza che chiunque esca vincitore dalle competizioni elettorali, inevitabilmente ripercorrerà la strada di inefficienza e assenza di governo della cosa pubblica di chi lo ha preceduto. In queste condizioni e con la perdita di fiducia nello strumento elettorale, se non vi sarà un sussulto di orgoglio, se non ci si renderà conto che a volte occorrono scelte coraggiose e dolorose per evitarne altre ben più gravi, il futuro appare davvero oscuro.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario