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Governo del dire e sempre meno del fare

Chi conta riforme e chi minuti...

E’ necessario, coordinare l’orologio del cortile politico con quello del piano regolatore europeo

di Davide Giacalone - 15 ottobre 2010

Il governo si muove nella traccia indicata da Silvio Berlusconi, con le comunicazioni al Parlamento: molte sono le cose fatte, ma non meno ne restano da fare, la seconda metà della legislatura dovrà essere utilizzata per portare a compimento gradi riforme.

Ieri il consiglio dei ministri ha approvato la legge di stabilità, come si chiama il bilancio alla luce delle nuove regole europee. Un testo tecnico, che Giulio Tremonti ha cercato di tenere lontano da ogni polemica e sul quale ha incassato il consenso unanime dei colleghi. Immediatamente dopo una conferenza stampa lo ha visto annunciare, accompagnato da altri ministri, il passaggio alla fase successiva: dopo la stabilità lo sviluppo e le riforme, a cominciare da quella fiscale. Non aveva ancora finito di parlare che lo scontro fra Gianfranco Fini e Renato Schifani, relativo a quale Camera esaminerà per prima la materia elettorale, chiariva la surrealtà del clima: da una parte c’è chi conta le riforme da mettere in cantiere, dall’altra chi i minuti di vita che restano al governo.

Da una parte la linea enunciata da Berlusconi: abbiamo fatto e faremo. Dall’altra quella ribadita da Fini: o si tiene conto dei nuovi equilibri interni alla maggioranza o non si fa assolutamente nulla. Ciliegina sulla torta surreale: è andata a finire che le elezioni vengono minacciate da Fini, come raccontavamo ieri a proposito di giustizia, ovvero da chi non è pronto ad affrontarle. Due legislature fa Tremonti fu costretto a dimettersi, perché perdente nello scontro con Fini.

Ora, mentre Fini punta oltre la caduta del governo, lavorando per la fine dell’intera maggioranza e la costruzione di una propria proiezione istituzionale, Tremonti regge l’asse dell’affidabilità governativa, che dobbiamo indispensabilmente fornire a un’Unione Europea che, con la prossima sessione di bilancio, ad aprile, potrebbe provocarci dolori. Lo regge anche a costo di sentirsi dire che vuol togliere soldi alla cultura o all’università. Lo regge perché sa che i numeri hanno la testa dura e che la sua forza coincide con la debolezza strutturale del bilancio pubblico italiano.

Torniamo allo scenario generale e a quel che succederà la settimana prossima. Come annunciato, partiranno i lavori per la riforma fiscale. Speriamo che tornino. Intanto sarà impostato il pacchetto giustizia, sempre nella linea berlusconiana: abbiamo fatto e faremo. Qui casca l’asino, e non solo. I contenuti di quel pacchetto saranno condivisi, nella maggioranza, al 99%. Lo saranno anche da quegli oppositori che non abbiano portato il cervello all’ammasso dell’antiberlusconismo.

E lo saranno nel Paese. Ma questo conterà poco, perché tutto si concentrerà sull’1% restante. E qui, la scelta spetta a Berlusconi: o nel pacchetto si mette tutto, spiegando che ciascuna parte si tiene con l’altra, e allora si scateneranno le polemiche sul processo breve e su quant’altro dovesse essere attinente, o anche solo riferibile, a processi che lo riguardano, oppure tale materia verrà lasciata fuori, con il che, però, resterebbe impregiudicata la prospettiva di una crisi per causa giudiziaria. Tertium non datur e, in ogni caso, la temperatura salirà.

Qualche astuto, ma sprovveduto, stratega ha immaginato che si possa fare uno scambio: gli uni danno agli altri la riforma (completa) della giustizia, ricevendo in cambio la riforma del sistema elettorale. Suggestivo, ma ingenuo. Non esiste nessun sistema elettorale nuovo che possa soddisfare le brame di sopravvivenza di ciascuna delle variopinte componenti del vasto mondo antiberlusconiano, e tutti sanno, per comprovata esperienza, che finché lui resterà un soggetto elettorale sarà capace di attrazione gravitazionale superiore agli altri. Quindi, come diavolo si fa a fare uno scambio se una parte sa cosa vuole e l’altra ne vuole cento diverse? La storia delle preferenze da reintrodurre è una bubbola propagandistica. La libertà dell’elettore è l’ultima delle preoccupazioni, in queste ore e in quelle stanze.

Ad ogni buon conto, per essere sicuri che a nessuno vengano in mente spiritosate, la maggioranza vuole che l’esame cominci al Senato, dove dispone di voti sufficienti, anche senza assecondare capricci esterovestiti. Fini, naturalmente, la pensa all’opposto. E basta questo, che non è un dettaglio procedurale, per chiarire che il clima sereno e di concordia, che si pretende regni nella maggioranza, comprende anche la tempesta e la rissa.

E’ necessario, però, coordinare l’orologio del cortile politico con quello del piano regolatore europeo. Giocare a palla e prendersi a zoccolate può ricordare l’infanzia, ma le ruspe sono in moto e, ad aprile, la sessione di bilancio sarà decisiva.

Tremonti lo sa e lo ripete, non riuscendo a fare altro che tenere i cordoni della borsa e guardare con disappunto i tanti che chiedono quattrini senza considerare che quel che conta non è la nobiltà degli scopi, ma il saldo della cassa. L’intero sistema politico e istituzionale deve interiorizzare un dato: quale che sia la strada scelta, crisi ed elezioni o continuazione del lavoro, tutto deve essere definito e chiuso entro marzo. Dopo saranno le ruspe, ad appianare i contrasti.

Pubblicato da Libero

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