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Il vice presidente Usa visita Egitto, Arabia e Kuwait

Cheney remissivo con Mubarak

Iran e Siria i punti caldi. Ma Washington dovrà assecondare la durezza dei suoi alleati

di Antonio Picasso - 17 gennaio 2006

Una missione perlustrativa che richiede molta cautela quella odierna del vice presidente degli Stati Uniti, Dick Cheney, in Egitto e Arabia Saudita. Perché la situazione islamico-mediorientale è tanto precaria e imprevedibile che un minimo errore potrebbe disfare una complessa e altrettanto fragile rete di alleanze. La corsa iraniana al nucleare, il conflitto isrealo-palestinese – inclusa la questione Sharon – e gli ultimi sviluppi del contenzioso diplomatico tra Siria e Libano. L’agenda della visita è pregna di argomenti difficili e impegni in cui Washington, Il Cairo e Rijad sono direttamente coinvolte. Cheney, allora, avrà un bel daffare in questo tour de force. È previsto che, nella stessa giornata di oggi, si incontri con il presidente egiziano, Hosni Mubarak al Cairo, a Rijad con il re d’Arabia, Abdullah e il premier libanese, Saad al-Hariri – figlio del ex Primo ministro Rafik, ucciso nell’attentato di Beirut, il 14 febbraio 2005 – e, infine, con i rappresentanti del governo kuwaitiano. Questa sarà l’ultima tappa del viaggio, una deviazione improvvisa, decisa in seguito alla morte dello sceicco del Kuwait, Jaber al-Ahmad al-Sabah.
Gli Stati Uniti, così, cercano di saggiare il terreno, su come comportarsi soprattutto in merito alla questione iraniana, con quegli alleati arabi più potenti, ricchi e affidabili. Auspicano di fare lobby e di assicurarsi Egitto e Arabia come appoggi sicuri, nel caso Teheran si trasformasse davvero in un problema. E, a confutazione della maliziosa stampa araba, la quale vede Cheney come una sorta di reclutatore di uomini da spedire in Iraq a fianco delle truppe statunitensi, desiderano rassicurare i governi locali che, nel caso di una qualunque emergenza, Washington è lì, a fianco degli alleati.
E bisogna sottolineare che Egitto e Arabia non sono soltanto fondamentali da un punto di vista geografico strategico. L’Arabia, infatti, in qualità di primo esportatore di petrolio negli Stati Uniti, è necessario che resti diplomaticamente legata a filo doppio con Washington. Quest’ultima, certo, non si può permettere di rovinare un appoggio così importante nella zona. L’Egitto, dal canto suo, vanta un peso notevole all’interno dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Mohamed el-Baradei, infatti, ne è il direttore generale. Ed è proprio l’Aiea, per forza di cose, quella che sta seguendo direttamente la vicenda iraniana. Di conseguenza, se l’Iran dovesse essere deferito al Consiglio di sicurezza dell’Onu – cosa che gli Stati Uniti e l’Europa auspicano – sarebbe a causa delle conclusioni raggiunte dagli inviati dell’Agenzia.
Tuttavia, la posizione del governo egiziano è chiara. Una risoluzione internazionale contro Teheran è accettabile solo se inserita in un trattato, anch’esso internazionale, di non proliferazione di armamenti nucleari. Totale equilibrio e parità di armi, quindi. Mubarak non sbatte la porta in faccia agli Usa – anche perché non può permetterselo – ma nemmeno accetta ordini da una scuderia non sua. È il solito atteggiamento di sfida e di orgoglio arabo, scaturito dalla convinzione che Washington, in questo momento, non si trova nella condizione di dettar legge. Il ginepraio iracheno, infatti, ha intaccato, seppur lievemente, l’immagine di superpotenza, se non altro in Medio Oriente. Caso analogo lo si può riscontrare nella questione siriana. Mubarak si è detto disponibile a fare da intermediario e da “pressing agent” sulla Siria. Per scovare e punire i colpevoli, materiali e mandanti, come richiesto dalla commissione Melhis. Ma questa operazione di polizia non deve ledere la dignità e l’indipendenza della nazione siriana. Insomma, Bashar al-Assad, il presidente siriano che si suppone direttamente coinvolto nell’omicidio Hariri, non si tocca.
Una linea mediamente dura, quella di Mubarak, che probabilemente verrà imitata dal sovrano saudita. E che agli Stati Uniti conviene assecondare. Le condizioni di Washington, infatti, non sono delle migliori. E gli strali di guerra verso l’Iran restano giustamente solo accennati. È meglio aspettare, ma soprattutto evitare che alle maniere forti si ricorra in senso unilaterale. Perché, come ha fatto sapere un rappresentante del governo saudita, “ciò che succederà in Iran si rifletterà in Iraq e da qui si espanderà in tutto il Medio Oriente”. Meglio non fare sciocchezze, insomma, e procedere con il dialogo e la pressione verbale.

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