ultimora
Public Policy

Il partito democratico è finito

Che ne sarà?

Ora la sfida è: far esistere, anche in Italia, una sinistra di governo, occidentale, riformista

di Davide Giacalone - 13 settembre 2011

Il partito democratico è finito, ammesso che sia mai nato. Non crediate sia un’invettiva partigiana, perché a tenere assieme il partitone della sinistra era il berlusconismo, e nel momento in cui il perno della seconda Repubblica cigola pericolosamente, il pd schiatta. C’è chi legge la vicenda di Penati con la soddisfazione derivante dal mal comune mezzo gaudio.

Della serie: il più pulito ha la rogna. Capisco, ma non apprezzo. Mi pare più interessante un altro punto di vista: colpendo i canali di finanziamento, quei soldi culturalmente affini alle scalate Telecom e Bnl, quel tessuto di potere fatto da cooperative, imprenditori paganti e amministrazioni pubbliche compiacenti, si strangola quel che resta della vecchia struttura comunista. E si asfissia il pd. Perché le altre componenti, da sole, non contano e stare assieme ha un senso solo finché si tratta di combattere Berlusconi. Poi si prende a combattersi in casa. Quindi, è finita.

Che ne sarà, della sinistra? E chi se ne frega, risponderanno non pochi lettori. Sbagliato, è assai rilevante. Perché una delle ragioni della stagnazione politica italiana risiede nei difetti genetici (difetti, non superiorità) della sinistra. Una volta esploso il falso partito unico a sinistra resterà una sinistra-sinistra: antiamericana (bevendo coca cola, vestendo i jeans e chiamando “gay” gli omosessuali), antisraeliana, quando non direttamente antisemita, antagonista e anticapitalista. Una congrega di relitti, la cui età non veneranda dimostra l’intramontabilità dell’ebete estremismo.

La componente cattolica potrà ricongiungersi ai suoi simili. Togliete dal conto Berlusconi e poi spiegatemi come si fa a vedere la differenza fra Alfano e Casini, togliete di mezzo il pd e provate a vedere quella fra Casini e Fioroni. Non sforzatevi, fanno confusione anche le loro mamme. Certo, c’è la Bindi. Vero, ma mi pare di avere già descritto la sua casa: la sinistra-sinistra. Così imparano.

Gli intramontabili apparatnik del pci, interpreti di quella scuola che si vergognano a nominare e si offendono a sentirsela ricordare (veltronianamente procedendo: comunista io? badi come parla), dopo averla trasformata in un’accademia della lobby, potrebbero pure accomodarsi alla maison. Peccato per la troppo ricca pensione, giacché non sarebbe male, prima del trapasso, provare l’ebrezza di fare i lavoratori. Dopo tanto averne parlato.

Il punto è: come si fa ad evitare che in quello spazio elettorale s’insedino i protagonisti della destra reazionaria e qualunquista, che i sinistri odierni hanno allevato come alleati, vale a dire i giustizialisti, i manettari, i falsi e i moralisti senza etica alcuna?

Ecco la sfida: far esistere, anche in Italia, una sinistra seria, di governo, occidentale, riformista. Una sinistra che capisca la scempiaggine d’opporsi al capitalismo, ma i pericoli della sua versione finanziaria (non è un caso che i comunisti se ne siano innamorati). Una sinistra che non consideri la spesa pubblica la divinità e lo stato sociale la sua incarnazione. Ci fu e c’è, questa sinistra. Solo che è sempre stata minoritaria. La sinistra più forte considerava fin troppo evoluto il pensiero socialdemocratico, la sinistra occidentale sa che anche quello appartiene al passato.

L’Italia è cresciuta, s’è laicizzata e se oggi dal suo intestino non sorge solo il rumore sordo della rabbia cieca, che spera di allontanare da sé il mondo lanciando su altri, su nemici immaginari o miserabili, l’anatema, allora può prendere forza quel che nel dopoguerra è mancato: una seria alternativa di governo, a sinistra.

Alcuni li vedo. Quel Matteo Renzi non è male, se non provvedono i suoi compagni a sopprimerlo. Sono persone con cui si possono riscrivere le regole istituzionali. Raddrizzare l’Italia. Perché rappresentano interessi e convinzioni, non blocchi sociali e ideologie.
Dite che ho bevuto troppo? Può darsi. Ma, ogni tanto, è sempre meglio che trangugiare la solita sbobba.

Pubblicato da Libero

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario