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Dopo le banche, lo “stress test” tocca alle imprese

Che fine ha fatto il credit crunch?

Ora, è il momento di chi ha idee e coraggio imprenditoriale

di Enrico Cisnetto - 11 maggio 2009

Che fine ha fatto il credit crunch? Le banche sono ancora sotto stress per mancanza di liquidità? Il mondo del credito in quest’ultima settimana ha tirato un paio di sospiri di sollievo. Da un lato, il Tesoro Usa e la Federal Reserve hanno effettuato il famoso “stress test”, ovvero una simulazione sui peggiori scenari possibili della crisi e le implicazioni per le banche, ottenendo risultati positivi: nessun pericolo di insolvenza, quasi tutti gli istituti sarebbero in grado di reggere anche il “worst case scenario”, il peggiore dei casi possibili. Dall’altro lato, in Europa dai risultati trimestrali delle maggiori banche non emergono emergenze patrimoniali: tutti gli istituti presentano Tier I Ratio e Core Capital Ratio superiori a quanto richiesto dalle autorità di controllo.

Soprattutto, si vede come i proventi operativi sono in netta ripresa, in parte per il miglioramento dell’andamento dei mercati che ha portato a minori perdite su attività finanziarie, in parte per lo sviluppo dell’attività di prestiti a banche e imprese. E proprio quest’ultimo è il dato più interessante, perché mostra come uno dei fenomeni più pericolosi della crisi, quello della rarefazione del credito, sia ormai passato.

Ma quel che più conta, la fine del credit crunch riguarderebbe anche l’Italia. In attesa che, la prossima settimana, big come Mediobanca, Unicredit, Intesa e Paschi tirino fuori le loro trimestrali, l’Abi ci informa che a febbraio i prestiti alle imprese sono cresciuti del 5,1% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Certo, un trend meno solido di quello riferito al 2007-2008 (+13,2%), ma comunque con segno positivo, e quasi doppio rispetto ai minimi storici del 2002 (+3,1%). Da parte sua, Unioncamere segnala che del totale delle pmi il 19,8% ha denunciato difficoltà nell’accesso al credito negli ultimi sei mesi, ma ben il 46,1% non segnala più alcun aggravio nei rapporti con gli istituti finanziari.

D’altra parte, molti banchieri che io stesso ho contattato ammettono che il mercato interbancario si è rimesso a funzionare quasi come prima, che i depositi in conto corrente sono gonfi come non mai e che dunque gli istituti hanno fieno in cascina che sono pronti a mettere a disposizione delle imprese.

Quello che manca, dicono i banchieri, sono invece seri progetti industriali da finanziare. Non vorrei, allora, che il famigerato “crunch”, insieme a un innalzamento del merito di credito che per molti aspetti ha avuto effetti involontariamente positivi, operando una selezione che in precedenza era clamorosamente mancata, possa venire utilizzata come alibi. Non da tutti, sicuramente, ma da un certo tipo di capitalismo italico sì, quello, spesso “micro” ma non solo, che negli anni “buoni” ha preferito utilizzare il denaro a bassissimo costo non per investire e innovare, bensì per tentare comode scorciatoie finanziarie e immobiliari.

Per capirci, il capitalismo del tipo “azienda povera, imprenditore ricco”. Che adesso, però, anche se la liquidità è tornata, non avrà più spazio. Ora, è il momento di chi ha idee e coraggio imprenditoriale. Dopo le banche, lo “stress test” tocca alle imprese.

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