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La teoria economica dei vasi comunicanti

Che cos’è che non funziona?

Usciamo dalla logica che siano altri a tirare la carretta dell’economia internazionale

di Gianfranco Polillo - 27 ottobre 2009

Se si trattasse solo di teoria, la crisi finanziaria sarebbe già risolta. Nell’immaginario di tanti economisti, l’economia internazionale è vista come un complicato sistema di vasi comunicanti. Se si chiude un rubinetto – questa è la loro illusione – ed il livello delle acque scende, basta pompare più liquido da un altro versate e tutto torna come prima. Se la locomotiva americana, ormai spompata dopo una lunga corsa alimentata dal debito non ce la fa più, basta che il testimoni passi ai nuovi maratoneti: la Cina, innanzitutto, seguita a ruota dal Giappone, dalla Germania ed anche dal più asmatico Canada, tornato in auge dopo la scoperta di ingenti giacimenti di petrolio fossile – gli scisti bituminosi – da cui è comunque possibile estrarre, seppure a costi ragguardevoli, oro nero. Ma mai come in questo caso tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare: o meglio un paio di oceani e secoli di storia.

Che cos’è che non funziona in questo schema? Restiamo ai fatti. Qualcosa si muove nella direzione auspicata. Angela Merkel ed il leader liberale Guido Westerwelle hanno enunciato, per il 2011, una nuova linea di politica economica: tagli fiscali per 27 miliardi di euro, nonostante il deficit e l’aumento del debito, che tanto preoccupa il Commissario Almunia. Dovranno farlo per onorare gli impegni assunti in una campagna elettorale che ha praticamente ucciso la SPD. Potranno farlo, utilizzando il surplus della bilancia dei pagamenti: ottenuta grazie ad una forte compressione dei livelli di consumo, rispetto al maggior potenziale produttivo.

E poco importa se questa nuova linea di politica economica comporterà una minore presenza del capitale tedesco sui mercati internazionali. Ne soffriranno i paesi più indebitati, a partire dagli Stati Uniti. Ma per far tornare i conti, è necessario che quel surplus valutario non venga vanificato, prima di quella data, da una brusca caduta del dollaro. Se questo dovesse avvenire, le risorse oggi abbandonanti svanirebbero come neve al sole.

Da qui le pressioni sulla BCE, affinché la sua politica più rigorosa rispetto a quella della FED, non contribuisca ad allargare la forbice, togliendo spazio alle esportazioni che non sono solo tedesche. Molte speranze dell’economia italiana sono, infatti, legate a quel traino. Se esso venisse meno, anche la crisi italiana, e di conseguenza europea, diverrebbe più marcata.

Per il Giappone, invece, è tutta un’altra musica. Il suo debito pubblico, proprio in questi giorni, ha superato il 200 per cento del PIL. E le previsioni a medio termine sono ancora più allarmanti. Si parla del 300 per cento, alla fine del prossimo decennio. Attualmente la situazione è sotto controllo, visto che il 93,6 per cento di quel debito è nei confronti del Giappone stesso. Sono infatti le famiglie a possedere i relativi titoli. Ma è difficile che il Sol del levate possa porre fine ad una più antica maledizione.

E’ costretto ad esportare. La struttura della sua popolazione, la più vecchia del mondo, ha consumi stretti nel morso della sua antica tradizione. In queste condizioni, nonostante i tentativi, una rivitalizzazione del suo mercato interno è operazione ardua e difficile. Richiederà, comunque, un tempo che mal si concilia con le lucide geometrie care a tanti economisti.

Per la Cina, poi, è peggio che andar di notte. Per la “nuova Prussia” – come la definisce l’Economist di questa settimana - uscire dai vincoli del suo modello di sviluppo – eccesso di esportazioni ed utilizzo del surplus valutario che ne deriva per finanziare il Tesoro americano – sarà ancora più difficile. Il rilancio della sua domanda interna è subordinato a diverse variabili, impossibili da gestire in pochi anni.

L’eccesso di risparmio che in quel Paese si è formato è soprattutto la conseguenza di un welfare inesistente. L’esatto contrario di quanto succede in Italia. Il sistema pensionistico è ad uno stato embrionale. La sanità pubblica è ancora agli inizi. In mancanza di tutti questi servizi pubblici, che sono la cifra della civiltà complessiva di un Paese, il singolo è costretto, anche suo malgrado, a risparmiare, per far fronte alle incertezze della propria esistenza.

Per convincere milioni di persone che qualcosa è cambiato, ci vorrà ben altro che un semplice impegno – per altro ancora non assunto – internazionale. Intanto i cinesi fanno quello che hanno fatto in passato: accumulano scorte, soprattutto di materie prime, nella speranza che siano altri a tirare la carretta dell’economia internazionale e che il proprio Paese – un salvagente sgonfio, come lo ha definito Michael Spence, Nobel dell’economia – possa comunque continuare a crescere a danno dei vicini. E poco importa se i vasi comunicanti dell’economia mondiale rimarranno occlusi.

Pubblicato da Libero

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