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Il ruolo della Bce nella crisi dell'euro

Cessione asimmetrica

Draghi non può risolvere da solo tutti i problemi dell'Europa. E gli aiuti della Bce in cambio di sovranità limitata degli Stati minano la solidità e la struttura dell'Unione stessa

di Davide Giacalone - 05 settembre 2012

I problemi politici non hanno soluzioni tecniche. E’ come credere che un grande cuoco possa rimediare all’assenza di cibo. Nella cucina europea il ruolo di Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, è fra i più rilevanti, ma non si può pensare che sia tale da superare i ritardi istituzionali e gli errori politici.

Si prenda il suo orientamento, esposto in una riunione a porta chiuse del Parlamento europeo (e subito rimbalzato su tutti i media), secondo cui la Bce può liberamente comprare titoli del debito pubblico a scadenza compresa entro i tre anni, in questo modo lavorando per una riduzione dello spread, ebbene: a. non potrà farlo se non dotato di soldi, e non potrà averli se non con il benestare dei tedeschi; b. se ai paesi che beneficiano di tale intervento si chiedono cessioni unilaterali di sovranità, considerandoli quindi aiuti a loro e non all’euro, ne deriverà un’Unione ove tali cessioni saranno asimmetriche, con ciò facendo saltare l’ordito istituzionale dell’Unione stessa. Dovendosi ancora dimostrare che è una strada efficace, sappiamo già che è pericolosa.

Ciò non significa che Draghi stia sbagliando (è forse l’unico a ragionare del destino europeo), ma che è sbagliato supporre di delegare la Bce alla soluzione di un problema che riguarda i trattati, i singoli stati e l’Unione tutta. Se Spagna e Italia vengono condotte a chiedere quel tipo di aiuti, contrattando a latere obblighi specifici, al netto degli errori nazionali commessi (e i nostri li denunciavamo quando altri pensavano si potessero inguattare), equivale a dire che la salvezza dell’euro la si mette sul conto di chi ne ha subito i danni. Dove volete che porti, una simile politica, se non alla distruzione della moneta unica e dell’Unione?

Si rifletta su un dato, che aiuta a inquadrare il problema reale: i tassi che l’Italia paga, per i propri titoli decennali, sono più che doppi rispetto a quelli che paga la Volkswagen (li ha emessi appena ieri, il 28 agosto), nel pieno di una crisi devastante del settore automobilistico. 5,8 contro 2,3%. Già l’idea che l’Italia, terza potenza economica e seconda industriale d’Europa, nonché Paese fondatore dell’Unione, sia meno affidabile di una casa automobilistica è disturbante. Ma non basta, perché la Fiat, quando si finanzia nel mercato del credito italiano, paga, a sua volta, il doppio di quel che pagano i concorrenti tedeschi. In queste condizioni la competizione è impossibile e si giunge a un bivio: o la Fiat chiude, oppure chiude in Italia e apre dove il credito è competitivo con quello altrui.

E qui si giunge al nodo politico: se la cessione asimmetrica di sovranità comporta una diversità di accesso al credito, o un maggiore carico fiscale, come oggi accade, ciò significa certificare il fallimento di quello per cui è nato non solo l’euro, ma l’Unione. La via d’uscita è un’Unione a maggiore integrazione bancaria e fiscale. Certo non delegabile alla Bce.

E qui veniamo alle cose di casa nostra: l’attuale governo, come il precedente, ha la colpa di credere che basti l’avanzo primario, dovuto a pressione fiscale inaudita, per accorciare le distanze. Mario Monti è stato accolto come salvatore perché si vedeva l’isolamento internazionale di Silvio Berlusconi, ma la riammissione ai tavoli da pranzo non ha spostato di un capello il problema, il riaccreditamento fra i benvenuti non ha cambiato la sostanza: in Italia si mette tutto in conto a quelli che producono e corrono, in questo modo indebolendosi progressivamente.

Invece si deve avere il coraggio e la forza di tagliare la spesa pubblica corrente, in questo modo propiziando l’alleggerimento fiscale in capo a quelli che ancora competono (e sono tanti, bravi e maltrattati, quando non accoltellati alle spalle). I partiti politici che cianciano di europeismo devono essere capaci di contrarre un patto che va ben oltre questa legislatura e comporta un taglio feroce della spesa e la dismissione di patrimonio, liberando risorse e liquidità per la produzione (compresi i pagamenti dei debiti delle pubbliche amministrazioni). In caso contrario quei partiti e quei politici non solo non hanno soluzioni, ma sono l’incarnazione del problema.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario