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Tre grandi mosse indispensabili

Certificati verdi fritti

Energie rinnovabili: è necessario un intervento più articolato da parte del governo

di Enrico Cisnetto - 18 giugno 2010

Certificati verdi fritti. Parafrasando il titolo di un vecchio film, si potrebbe definire così la fine che sono destinati a fare quei titoli che certificano l’avvenuta produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, se non fosse cancellato o almeno modificato l’articolo 45 della manovra finanziaria varata dal Governo e di prossimo approdo in Parlamento.

Il quale, appunto, prevede il congelamento, con carattere retroattivo, dell’obbligo del ritiro sul mercato da parte del Gestore dei Servizi Elettrici (GSE) dei certificati verdi in eccesso, strumento che ha finora garantito l’equilibrio fra una domanda ridotta e l’offerta e sulla cui esistenza e continuità sono stati costruiti i business plan delle tante società – molte delle quali quotate in Borsa – che negli ultimi anni hanno reso importante anche in Italia, per ricchezza e occupazione prodotta, il settore delle energie alternative. Il quale oggi, valendo circa 5,3 miliardi in termini di progetti finanziati e dando lavoro a oltre 110 mila addetti, rappresenta uno dei più grossi investimenti in atto nel nostro paese.

Investimenti che l’intervento a gamba tesa del Governo rischia di cancellare, vuoi perché rende assolutamente inaffidabile per imprevedibilità normativa il mercato dei certificati verdi, ed indirettamente quello di tutte le incentivazioni, vuoi perché c’è il pericolo che il prezzo dei titoli crolli, influendo negativamente sul ritorno degli investimenti già realizzati e di quelli programmati. Tra l’altro, in questo caso non c’è neppure la giustificazione dei tagli, sacrosantemente necessari, da fare alla spesa pubblica, visto che l’esborso sostenuto dal GSE (100% Tesoro) – per il 2010, a rifarsi sule produzioni certificate nel 2009, sono in ballo circa 600 milioni – in realtà lo pagano i cittadini con le bollette attraverso maggiori oneri (2%, qualche centesimo al giorno) incorporati nella tariffa elettrica. Certo, il meccanismo fin qui sperimentato comporta un temporaneo sbilanciamento dei conti del GSE, visto che l’esborso di cassa avviene nei mesi di giugno e luglio cui si fa fronte con graduali recuperi tariffari nel corso dell’anno, ma questo piccolo problema non può certo giustificare l’enorme danno che il potenziale default delle imprese arrecherebbe al settore delle fonti rinnovabili e alle banche che lo hanno finanziato (sono in gioco circa 7 miliardi di crediti destinati a diventare sofferenze).

Né, tantomeno, quel piccolo risparmio può essere compensativo del danno futuro che l’articolo 45 della manovra è destinato a creare, e cioè la cancellazione di qualsiasi investimento, sia in impianti che in tecnologia. Tanto per fare un esempio, domani a Carmignano di Brenta (Padova) s’inaugura alla presenza di molti esponenti di Governo il completamento della linea produttiva di un’azienda gioiello, la Helios Technology del gruppo Kerself, che rappresenta la più importante realtà italiana nella produzione di celle e moduli fotovoltaici.

Ora, tutto questo andrebbe a farsi friggere se nel corso dell’iter parlamentare che deve portare alla conversione in legge del decreto di aggiustamento dei conti pubblici l’articolo 45 non dovesse essere cassato. Ma sarà possibile? A favore della “riscrittura” della manovra sono in pista ben altri interessi, e oltre tutto la partita si è fatta politicamente complicata all’interno della maggioranza. Ma nello specifico di questo problema, la Commissione Ambiente del Senato, lo stesso ministro Prestigiacomo e soprattutto il ministero dello Sviluppo Economico – dove peraltro siede il premier, così voglioso di cambiare la manovra in profondità – hanno già preso posizione a favore di un qualche intervento, spinti anche da Confindustria e dagli operatori della green economy.

Ora, però, non si tratta semplicemente di cancellare l’articolo 45, perché se così fosse da un lato non si risolverebbe il problema dello sbilanciamento di cassa del GSE e dall’altro rimarrebbe l’alea di un’incertezza normativa sempre possibile che probabilmente indurrebbe i capitali internazionali a stare lontani dalle fonti rinnovabili italiane.

Dunque, è necessario un intervento più articolato. Che potrebbe essere così articolato: 1) abolizione dell’articolo 45; 2) dotare il GSE di una linea di credito, da parte delle stesse banche che subirebbero un enorme danno dal mantenimento di questa norma, con cui si anticipano le risorse finanziarie necessarie per ritirare i certificati verdi, in attesa di recuperarle dalla bolletta elettrica; 3) recepire subito, anziché entro il limite massimo di dicembre, la direttiva comunitaria relativa al piano per le rinnovabili, e in quella sede rivedere, in modo concordato con gli operatori del settore, il sistema degli incentivi. Proviamoci.

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