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Strumento emancipato dalle scelte quotidiane

Cercasi stabilità operosa e serena

Le riforme devono essere preparate ascoltando le proposte della società

di Alessandra Servidori - 07 luglio 2006

Archiviato il referendum, ora ci vuole l’Assemblea Costituente. E’ questa la proposta di Società Aperta, movimento d’opinione fondato e presieduto da Enrico Cisnetto, lanciata a Roma nel corso di una manifestazione che ha riscosso numerose adesioni, tutte di altissimo livello. Si va dai presidenti delle più importanti forze sociali del Paese a eminenti personalità del mondo intellettuale ed accademico, fino ad esponenti politici di primo piano di tutti gli schieramenti. In particolare, nel corso della manifestazione sono stati illustrati i contenuti di una proposta di legge per la convocazione dell’Assemblea Costituente, a sostegno della quale è organizzata una raccolta di firme gestita da un apposito “comitato promotore”.
Il disegno di legge, nelle sue linee essenziali, prevede un’Assemblea Costituente formata da 250 componenti, eletti con metodo proporzionale, con l’espressione del voto di preferenza nell’ambito di liste concorrenti presentate in un’unica circoscrizione nazionale e con un’adeguata rappresentanza di residenti all’estero e delle minoranze linguistiche. Società Aperta non ha nessuna intenzione di stravolgere l’identità della Costituzione del 1948. Anzi. La sua iniziativa nasce per rivitalizzarne lo spirito, con l’auspicio che inizi una cura (ri)Costituente per l’Italia. La quale ha assoluto bisogno di rifondare su nuove basi il sistema politico, di riscrivere in modo condiviso le regole comuni, di rinnovare profondamente la classe dirigente, di ritrovare la strada dello sviluppo economico e di riscoprire lo spirito fondativo della Repubblica. Obiettivi che necessitano di una “fase costituente”, una nuova stagione politica basata sulla condivisione dedicata al rilancio del Paese. La Carta fondamentale italiana – pur nella sua ricchezza di contenuti e bellezza stilistica – dimostra i sessant’anni che sta per compiere. Tuttavia, le riforme non potranno essere avviate a “colpi di maggioranza”, come hanno fatto erroneamente sia il centro-sinistra che il centro-destra. Il referendum costituzionale ha concluso la sequenza di consultazioni, che ha impegnato elettori e partiti per vari mesi. Le elezioni a puntate provocano l’incompiutezza quasi continua del quadro politico. I suoi protagonisti sono sempre in attesa di una conferma (o nel timore di una smentita). E’ una situazione che non aiuta ad affrontare con fermezza i problemi del Paese. L’election day è una soluzione necessaria. I sistemi elettorali hanno bisogno di essere perfezionati, uniformati, stabilizzati. Bisogna finirla con il metodo di cambiare sistema elettorale ad ogni elezione, di avere sistemi diversi per ogni livello istituzionale e di andare a votare ogni anno per elezioni politiche, amministrative, regionali, europee, suppletive e referendarie. Con i sistemi elettorali ci vogliono regole stabili e condivise e non una creatività di giornata.Altrimenti diventano un fattore di instabilità essi stessi. Gli elettori, con il no, hanno certamente dato un giudizio sulla riforma sottoposta al referendum. Ma ancora di più hanno rifiutato che le riforme costituzionali siano figlie di conflitto e di polemica, e non invece di dialogo e cooperazione. L’esito del referendum deve aprire la strada ad una iniziativa riformatrice, meno ideologica, e capace di generare soluzioni lungimiranti e durevoli. Arroccarsi sul pasticciato Titolo V approvato alla fine della penultima legislatura, è inaccettabile. La Costituzione non deve essere modificata solo dalla maggioranza del momento. Le riforme della Costituzione devono essere preparate pure ascoltando le proposte della società e dell’economia. E persino le riforme costituzionali non sono una variabile indipendente. Devono essere sostenibili dal punto di vista della finanza pubblica. Non devono produrre duplicazioni di costi e aggravi della spesa pubblica. Anche per le riforme istituzionali, come fa qualunque azienda, ci vuole un business plan. Altrimenti in nome del primato della politica, si condanna il Paese a un salto nel buio. Auspichiamo che nelle strutture dello Stato vi sia la sobrietà che i tempi esigono e la cura dell’efficienza, che sono proprie di ogni gestione sana, sia pubblica sia privata. E allora, la ridondanza della squadra del Governo non è confortante. Quello che diciamo dello Stato, va detto di tutte le articolazioni della Repubblica. A che cosa, ha giovato la proliferazione delle Province? E a che cosa serve davvero l’aumento dei consiglieri regionali? Il nostro tempo vede l’impegno ad armonizzare le regole dei mercati a livello europeo, e in qualche caso addirittura mondiale. E’ anacronistico e dannoso, all’opposto, differenziare queste regole da regione a regione.Occorre evitare scelte che invischiano la competitività. Un’Assemblea costituente è lo strumento idoneo per emancipare le scelte costituzionali dal condizionamento delle normali attività del Governo e del Parlamento. Nell’idea dell’Assemblea costituente non vi è solo una soluzione organizzativa, ma soprattutto l’invito a suscitare lo spirito costituente. Al Paese non basta la stabilità di calendario, cioè la semplice durata del Governo. Abbiamo bisogno di una stabilità serena e operosa, che trasmetta alla società un messaggio di fiducia e una visione costruttiva del futuro. A questo fine le maggioranze di Governo devono essere coese. Bipolarismo e multipartitismo esasperati possono coesistere solo nella transizione, che però non può durare quanto un’era geologica. La congiuntura attuale è un alito di vento, nella lunga bonaccia italiana. Da anni le nostre vele stentano a raccogliere la spinta di un’economia mondiale, che mai è cresciuta tanto nella storia dell’umanità.Dunque bisogna mettersi ai remi, il Governo, le imprese, e gli italiani tutti. L’opera da compiere non è facile: è una nuova ricostruzione. Dobbiamo costruire condizioni perché le imprese italiane possano essere competitive e redditive lavorando in Italia. L’inizio della legislatura è il momento favorevole per scelte coraggiose, che non lascino le imprese da sole in questa sfida. Stabilità, sviluppo, equità – che sono le tre parole d’ordine dell’attuale Governo – possono contrassegnare una buona stagione.Coniugarle insieme non sarà facile per il multipartitismo che agita le coalizioni, per il robusto corporativismo ed egoismo delle parti sociali e per il ridondante e troppo costoso apparato istituzionale e amministrativo del nostro Paese.
Per l’equilibrio dei conti pubblici, la manovra correttiva è indispensabile e le liberalizzazioni devono essere compiute in modo equilibrato senza premiare alcune categorie “amiche” e bastonarne altre. Ma le riforme strutturali vanno avviate contestualmente. In caso contrario si cadrebbe nella controproducente logica dei due tempi. La ripresa della crescita è la priorità sovrana.Senza crescita, la disciplina dei conti pubblici rischia di essere un esercizio ascetico logorante e dall’esito sempre precario. E la crescita è possibile. Gli italiani possiedono le risorse necessarie. Rianimare e rilanciare l’Italia, far sì che si appassioni all’innovazione, che abbracci con convinzione le sfide del riposizionamento nell’economia globale,questa è l’opera che ci attende. Per il successo di questa impresa non basta che il Governo operi validamente. Devono mobilitarsi le energie del Paese. L’accettazione delle sfide, la condivisione degli obiettivi, devono essere larghe e sincere. Va superato il costume diffuso di enunciare diligentemente i doveri degli altri, e tacere sui propri.Ciascuno – imprese, cittadini, parti sociali – deve innanzitutto fare la propria parte. Deve farla come chi suona uno strumento in un’orchestra, cioè in armonia con i colleghi. Va pure abbandonata la cattiva abitudine, di chi vanta meriti veri o presunti, di pretendere il premio dallo Stato. Il premio, le imprese, lo conquistano sul mercato. Allo Stato bisogna chiedere le condizioni strutturali e le regole idonee per esaltare la competitività. Ma una concertazione barocca nei riti e improduttiva nella sostanza non è la strada da percorrere e sappiamo bene che la frammentazione dell’associazionismo sindacale e imprenditoriale non facilita. Così’ come non serve distruggere la legge Biagi che ha ammodernato il mercato del lavoro. Serve un confronto nel quale le parti sociali dicano con chiarezza che cosa ogni settore farà per la competitività e per la crescita del nostro Paese e patti sottoscritti di volta in volta per ratificare le intese raggiunte su vari punti per non rimanere nello stile della concertazione che sfinisce e non raggiunge mai intese su niente. Sappiamo già che abbiamo bisogno di modernizzare la pubblica amministrazione; di semplificare le procedure amministrative a carico delle imprese; di espandere e rimodernare le reti infrastrutturali; di armonizzare la previdenza e la sanità alla configurazione demografica; di riformare gli ammortizzatori sociali; di recuperare produttività; di avviare l’emancipazione dall’eccessiva dipendenza energetica dall’estero; di riconquistare il primato nel turismo; di accrescere l’attrattività per gli investimenti esteri; di velocizzare la giustizia civile e penale; di potenziare la ricerca scientifica e tecnologica, di elevare la nostra scuola verso standard più idonei. Si tratta in parte di compiti nuovi, imposti dai grandi cambiamenti economici e demografici. Il mercato deve avere regole giuste e giustamente applicate. Sono in crescita nelle realtà locali monopoli ed oligopoli. Ci sono fenomeni distorsivi (nei quali il potere pubblico collude con l’illegalità)nelle gare al massimo ribasso. Ci sono contratti collettivi di lavoro di spregiudicato dumping sociale (quando i minimi tabellari sono la metà rispetto ai nostri contratti). In alcuni servizi e ordinamenti di professioni bisogna avviare il disgelo di assetti pietrificati. Sulle questioni si registra, come ho detto, un consenso quasi unanime. Ma quando si passa dal dire al fare, emerge una contraddittorietà stupefacente. Le resistenze di una valle all’alta velocità ferroviaria, l’opposizione aprioristica al ponte sullo Stretto, le rigidità ideologiche sul mercato del lavoro, la difficoltà di trovare siti per insediamenti meno graditi (rifiuti, scorie, impianti energetici): danno l’impressione che nel Paese prevalgano i no, il particolarismo, il cerchiobottismo e il conservatorismo più opportunista e devastante. Talvolta si tratta di accanimenti ideologici, ridotti a negare la realtà, invece di esserne una chiave interpretativa. In ogni caso sono anacronismi, che non devono precludere le scelte necessarie per il bene di tutti. Ecco, in buona sostanza, alcune ragioni per trovare insieme regole condivise in un percorso Costituente che consenta al nostro Paese di guardare avanti con fiducia e speranza in un futuro migliore.

Pubblicato sull’Avanti del 7 luglio 2006

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chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario