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Dal luogo comune a un rischio generale

Cellule impazzite in tutta Europa

L'ultimo caso di antisemitismo in Italia. Consapevolezza è lontana a manifestarsi

di Antonio Picasso - 18 maggio 2006

La degenerazione di un luogo comune. La profanazione delle tombe di un cimitero ebraico alla periferia di Milano è l’ultimo atto di una situazione che avvelena un’Europa inconscia di un male che rischia di eroderla dall’interno. L’antisemitismo e in senso più ampio il razzismo costituiscono un morbo che manifesta i primi sintomi nel singolo e che, solo in un secondo momento, si tramuta in un dramma collettivo. L’odio verso il prossimo che è “diverso” si palesa nell’ignoranza infantile: nelle scuole e nei giochi dei bambini, per le strade al passaggio di una persona “anormale”. Lontano, quindi, dal controllo delle famiglie e degli educatori, i quali – a onor del vero – è lecito dubitare che siano capaci di intervenire per reprimere il pregiudizio sul nascere.
Il razzismo nasce dallo scherzo e dal luogo comune: il colore della pelle, la religione, l’esternazione – oggi chissà perché si chiama outing – di un modo differente di intendere e percepire i sentimenti, per esempio l’amore. Per ilarità ignorante, ci si diverte a dileggiare il nero, lo zingaro, l’ebreo, l’omosessuale. Chi lo fa si merita il pubblico plauso, chi se ne sottrae si becca del bacchettone. Lo si ammetta: chi, anche tra coloro che dimostrano la più sincera tolleranza, non si è mai lasciato andare a battute di questo cattivo gusto?
Così è in Italia e lo stesso accade nel resto d’Europa. Perché? Per tanti motivi, uno più futile dell’altro. Il nostro Paese perché non ha mai avuto un passato coloniale. Di conseguenza, non ha potuto vivere la straordinaria e pedagogica esperienza della creazione, sul suo territorio, di una società multiculturale. Le altre nazioni d’Europa, invece, proprio perché vantano un passato di conquiste oltreoceano, si sono tramutate in quel melting pot di popoli i quali, per l’immanenza della storia, non è detto che possano convivere. Ed ecco che l’immigrato dall’Africa o dall’India emerge in tutta la sua diversità, carico di un passato di sottomissione e condannato, ancora oggi, a una condizione di paria nella terra della democrazia, dell’uguaglianza e della libertà.
Tuttavia, superando queste motivazioni spicce – che certo non meritano di essere classificate come giustificazioni – è giunto il momento per l’Europa di fronteggiare questi preoccupanti, seppur saltuari, rigurgiti di antisemitismo e razzismo. Non è bastato l’Olocausto? Non è bastato sottomettere civiltà millenarie: le africane, l’indiana, fino a quella cinese e in parte anche la giapponese? La recrudescenza dei movimenti neonazisti in Austri, Germania e Polonia, adesso il “sacco” del cimitero ebraico di Milano, ma anche i quotidiani casi di pregiudizi razziali verso “negri, musulmani e gay”, che i media non raccontano. Cosa sta succedendo? Si assiste a un costante affievolimento del senso di responsabilità verso un passato drammatico che dovrebbe essere proprio del Vecchio continente. Manifestazioni estremiste non appartengono più unicamente a quella destra nazifascista che il pensiero comune aborrisce. Come ha ricordato Davide Giacalone nel suo blog, il 25 aprile, nelle piazze italiane a bruciare la bandiera israeliana non erano sicuramente i fascisti. Si tratta ormai di cellule impazzite, inclassificabili nelle ideologie politiche canoniche e incontrollabili dalla morale comune, ma soprattutto dalle Forze dell’ordine. Il problema è che queste piccole esplosioni cancerogene e tumorali rischiano di mettere ancor più in crisi l’intera struttura del mondo occidentale.
Spesso, più come forma di auto-convincimento che per realtà dei fatti, neghiamo e rifiutiamo il sopraggiungere di uno scontro fra civiltà. Facciamo bene? Forse. Sta di fatto, però, che l’Occidente è a un passo dalla crisi – con se stessa e soprattutto con quelle altre culture che per tanto tempo ci hanno rincorso e che ora sono lì lì per superarci. Il cancro del razzismo e dell’antisemitismo, a queste condizioni, altro non può essere che un agente invasivo e distruttivo, che dall’interno collabora all’erosione della civiltà occidentale.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario