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L'incontro fra Monti e Obama

Casa Atlantica

Con l'appoggio dell'America l'Italia può far valere i propri interessi all'interno dell'Unione Europea

di Davide Giacalone - 10 febbraio 2012

L’incontro di ieri, alla Casa Bianca, ha un valore cruciale. Lasciate da parte tutti gli aspetti personalistici che, pur rilevanti, sono dettagli di contorno. Quel che conta è la sostanza, ovvero la riaffermata presenza di una sponda atlantica da utilizzarsi per far valere i nostri interessi nazionali all’interno dell’Unione Europea. E’ un punto fondamentale, un valore che non appartiene al governo pro tempore, ma all’Italia. Il compito di Mario Monti è farlo pesare. Barak Obama, nelle dichiarazioni rese a Maurizio Molinari (bravissimo), ha sottolineato tre punti, decisivi: a. i rapporti con l’Italia non sono solo economici, o riconducibili all’essere componete dell’Ue, perché c’è un aspetto militare che non può e non deve essere dimenticato; b. il riferimento al summit di Lisbona, tenuto nel 2010, privilegia il nostro Paese rispetto ad altri; c. considerare prevalenti i firewall molto alti, rispetto alle politiche restrittive e recessive nazionali, costituisce un solido ancoraggio rispetto alla deriva germanocentrica. Questi tre punti sono un successo da sfruttare.

Nel pieno della crisi ci mettemmo, da queste colonne, a sostenere l’importanza delle armi e degli equilibri militari. In diversi ci presero per matti. Quando l’ipocrisia si sposa con l’ignoranza genera mostriciattoli tanto presuntuosi quanto patetici. Il tema è centrale: l’Italia ha svolto egregiamente la propria funzione in tutte le guerre fatte e in corso, sotto l’ombrello della Nato. A Lisbona si stabilì che dall’Afghanistan non ci si sarebbe ritirati prima del 2014. Gli spagnoli sono andati via. I francesi sono arretrati, dopo le perdite subite. I tedeschi non sono mai arrivati. Noi ci siamo stati e ci siamo, sopportando costi economici e umani, mettendo in campo altissima qualità (di cui non ci si dovrebbe mai dimenticare di ringraziare le nostre truppe, motivo d’orgoglio nazionale). Tutto questo conta, eccome. Obama si spinge oltre: plaude agli accordi di partneship a lunga scadenza, firmati da noi e dagli afgani, quindi mette l’Italia sullo stesso piano degli Usa, come destinata a restare in zona anche dopo il 2014. Richiama il peso degli altri scenari, afferma che il regime siriano deve essere rimosso e ribadisce l’impegno contro il diffondersi di armi atomiche.

Tutto questo suona a morto per gli iraniani e riconosce il ruolo dell’Italia (è appena il caso di ricordare che il governo Prodi riconobbe al regime iraniano il ruolo di “potenza regionale”, che è cosa opposta). Bene, molto bene. Ma l’Italia deve essere assistita nel soddisfare i propri bisogni energetici: abbiamo rinunciato al petrolio iraniano e abbiamo subito un danno dalla guerra in Libia. Senza contare gli attacchi che subimmo quando si rese attivo il gasdotto che porta combustibile dalla Russia (accordo firmato dal governo Prodi, realizzato da quello Berlusconi e in armonia con la Germania, senza che questo ci abbia risparmiato sgradevolezze e una certa curiosa induzione di certi dibattiti interni). E’ il caso che ce ne si ricordi quando, al freddo, si descrive la diminuita erogazione come una sorta di disgrazia. In ogni caso: su questo capitolo meritiamo di avere delle contropartite. In quanto alla crisi del debito, alla Casa Bianca è ben chiaro che applicando la ricetta che l’Ue sta imponendo alla Grecia si otterranno solo disastri. Ben venga il rigore nell’amministrare, ben vengano le riforme, ma non scherziamo: solo barriere finanziarie elevante, costruite con i mattoni dei soldi pubblici, possono fermare il fuoco della speculazione. Che siano erette è interesse comune, Atlantico.

Se la Germania resiste, come ha fin qui fatto, deve essere chiaro quale partita si sta giocando: non è la gara a chi fa meglio il maestrino, ma è in ballo la solidità delle economie occidentali. Se la speculazione porta la Germania a finanziare il proprio debito spendendo meno di quel che l’inflazione consuma non per questo è accettabile che tale condizione di privilegio metta a repentaglio tanto gli interessi dell’Unione quanto quelli Atlantici. Il bilancio della missione è molto positivo. Monti porta a casa un successo ragguardevole. Per sfruttarlo, nel mentre la cancelliera tedesca fa campagna elettorale per il boccheggiante partner francese, occorre rompere l’assedio dei rapporti bilaterali e interstatali, restituendo l’Ue alla sua collegialità. Il luogo idoneo acché si ritrovi l’equilibrio fra interessi nazionali, istituzioni europee, sviluppo economico ed equilibri globali.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario