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Stampare Euro

Caro Silvio, non si scherza con il fuoco

Credere di poter uscire dall'Euro senza pagare dazio è da irresponsabili. Anzi, è da (tragi)comici, visto che a farle compagnia, caro Berlusconi, è Beppe Grillo.

di Enrico Cisnetto - 03 giugno 2012

Attenzione, cavalier Berlusconi, che a scherzare con il fuoco ci si brucia. Capisco che lei voglia ricandidarsi – come ho sempre pronosticato – o comunque ritornare al centro del ring, ma finché per farlo usa il presidenzialismo non succede nulla, mentre se decide di proporre l’uscita dell’Italia dall’euro, come ha fatto con la sua battuta sulla Bce che non stampa sufficientemente moneta, sappia che sta maneggiando nitroglicerina. Glielo dice uno che a suo tempo si è beccato dell’euroscettico (nel migliore dei casi) e dell’eurodisfattista (nel peggiore) per aver denunciato che la moneta unica nasceva con un difetto genetico che l’avrebbe portata inevitabilmente alla morte. Si figuri, quindi, se la mia può essere una difesa d’ufficio dell’euro. Ma così come ho sempre detto, una volta preso atto che l’euro sarebbe nato, che l’Italia doveva fare qualunque cosa pur di far parte dell’eurosistema, così ora le dico che la nostra uscita – voluta o subita che sia – sarebbe una immane tragedia. E che a furia di evocarle, le tragedie, si materializzano. Lasci stare, dunque, che è cosa troppo delicata per farne oggetto di speculazione elettorale (peraltro prematura). L’altro giorno, durante un “Roma Incontra”, Gianni De Michelis (che con Andreotti e il compianto Carli firmo nel 1991 il trattato di Maastricht) ha ricordato come l’euro nacque “settimino” perché il cancelliere Khol dopo la caduta del Muro di Berlino del 1989 volle accelerare i tempi della riunificazione tedesca. I francesi, in cambio, gli chiesero il via libera alla “grande moneta” per evitare che il super-marco schiacciasse il franco. E che come succede in tutti i compromessi politico-diplomatici, fu necessario pagare un prezzo alto: far nascere una moneta senza un corrispondente Stato che la potesse emettere. Aveva ragione la Thatcher: fatto così l’euro era una creatura dogmatica e astratta. Fu proprio quello l’errore che indusse qualcuno (eravamo netta minoranza) a dire: fermiamoci, aspettiamo che ci siano le condizioni almeno per stabilire una road map vincolante del processo di unione politico-istituzionale, e nel frattempo integriamo maggiormente le economie, non solo con i vincoli di bilancio ma anche con politiche industriali comuni. Così non è stato, e alla prima crisi (seppure gravissima come quella mondiale iniziata nell’estate del 2007 negli Usa) il re è rimasto drammaticamente nudo. E ora, dopo aver voluto stabilire l’irreversibilità dell’euro – il che spiega perché non sono previste regole per l’uscita – ecco che Grecia, Portogallo e Spagna (e speriamo che l’elenco si fermi qui) hanno più di un piede fuori. Cosa che, per il solo fatto di essere ipotizzata, comporta una caduta verticale della sua credibilità valutaria. E i paesi più forti, anziché mettere rimedio all’errore iniziale, si accaniscono a pretendere che i paesi deboli – per loro colpa, certo, ma anche per differenze incolmabili – magicamente diventino virtuosi. Come vede, caro Cavaliere, c’è più di un motivo per non essere innamorati dell’euro. Ma ci siamo dentro, siamo in ballo e dobbiamo ballare. Dotarsi di un “piano d’emergenza” in caso si sia costretti all’evacuazione, è cosa saggia. Credere di poterne uscire senza pagare dazio, e magari auspicarlo apertamente, è da irresponsabili. Anzi, è da (tragi)comici, visto che a farle compagnia è Beppe Grillo. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario