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Lettera aperta

Caro presidente Squinzi...

La ripresa è un bluff e si rischia il commissariamento dell'Italia. Che aspetta Confindustria ad agire?

di Enrico Cisnetto - 30 agosto 2013

Caro Presidente Squinzi, non so Lei, ma questa storia che molti raccontano che la ripresa sarebbe a portata di mano, pur con tutta la buona volontà proprio non riesco a bermela. La luce in fondo al tunnel? Ma se Moody’s ci ha appena detto, e in questo una volta tanto non sbaglia, che non c’è da scommettere un centesimo sulla ripresa di Italia, Spagna e degli altri “piigs”, anzi che il rating è a rischio visto che non è lecito aspettarsi il ritorno ad una crescita sui livelli pre-crisi prima del 2016-2017 (e peraltro ciò avverrà “solo in alcuni casi”). E poi, se anche fosse, si tratterebbe di una timida e gracile ripresina. Perché la crescita non viene per grazia dello Spirito Santo, e resta abissale il gap tra quello che ci sarebbe da fare e quanto si è fatto e si fa. No, non parlo solo del governo – quello Letta a me appare come quello Monti, indispensabile ma deludente, e a Lei? – mi riferisco alla società nel suo insieme. Forse complice la distrazione procurata dalle ferie di agosto, ma trovo che il Paese viva in una sorta di narcosi, attonito di fronte allo svolgersi degli avvenimenti. Come dice, con lo scambio Imu-Service tax è stato raggiunto un onorevole accordo? Vero, ma cosa c’entra con la ripresa? E poi, a ben guardare, sull’Imu era più difficile rompere che intendersi, visto che la distanza che separava Pdl (via su tutte le prime case) e Pd (i ricchi devono pagare) era di 250 milioni, cioè il 6% di 4 dei 24 miliardi complessivamente generati dalla tassa sugli immobili (il 94% del gettito relativo alla prima casa è pagato da contribuenti con redditi annui inferiori a 55mila euro, quindi…).

Comunque, è inutile girarci intorno, il tema politico vero non è l’Imu, e neppure l’Iva o il rifinanziamento della cassa integrazione, ma il caso Berlusconi. Sono vent’anni che questo è il nodo, figuriamoci se non lo è ora. E su questo non c’è politica economica che tenga. Come dice, Lei è speranzoso che alla fine, magari dando ascolto al “saggio” Violante, Pdl e Pd troveranno la quadra anche su questa spinosa questione? Ah, se è per questo anch’io lo spero. Ma veda, qui comunque vada a finire, non se ne esce vivi. Se ci fosse la rottura e le elezioni diventassero ineludibili perché non si riesce a creare un Letta-bis (se fosse con i grillini, meglio evitarlo), rischieremmo: a. di andare alle urne con il Porcellum; b. di ritrovarci in una situazione di stallo (i sondaggi danno pareggio); c. di beccarci anche una crisi istituzionale, nel caso il Capo dello Stato si fosse (comprensibilmente) stancato di veder traditi gli impegni presi con lui. Se invece ci mettono una pezza, la tregua durerebbe fino al prossimo inciampo giudiziario del Cavaliere e/o al congresso del Pd. Guardi, in tutti i casi nulla sarà più come prima, perché la sentenza della Cassazione ha decretato non soltanto la fine politica di Berlusconi ma anche quella dei Democratici. Se non è ora, sarà fra poco: sono finiti entrambi.

Perché Le dico tutto questo? Per segnalarLe che questo passaggio politico – che non ha precedenti nella storia della Repubblica, neppure nel 1992-94 – lascerà segni indelebili, che porteranno al “commissariamento” dell’Italia. E che questo dovrebbe rappresentare una preoccupazione massima per chi, come la Confindustria, rappresenta più di ogni altro le imprese, l’economia. Anzi, siccome sono sicuro che rappresenta già una fortissima preoccupazione – Lei ne ha dato testimonianza a più riprese – Le scrivo questa “lettera aperta” proprio per sollecitarLa a tradurre la preoccupazione del mondo produttivo in una iniziativa di testimonianza e di pressione. Caro Squinzi, scusi la franchezza un po’ brutale con cui mi esprimo, ma chiami gli altri suoi colleghi delle diverse confederazioni imprenditoriali e solleciti allo stesso modo anche i sindacati, e proponga un fronte comune del mondo produttivo, imprenditori e lavoratori insieme, per ricordare che ci sono priorità diverse da quelle che la cronaca politica quotidianamente ci offre. Recenti dichiarazioni del presidente dell’Abi Patuelli che invocano qualcosa di “straordinario” incoraggiano a pensare che la Sua chiamata troverebbe ascolto anche nelle banche, oltre che tra commercianti, artigiani e agricoltori. E sono sicuro che questa volta le confederazioni sindacali aderirebbero compatte: dopo aver detto che sono oltre 9 milioni gli italiani che vivono una situazione di sofferenza e disagio occupazionale per colpa della recessione, la Cgil come può restare sorda ad un Suo appello unitario? Lo so, un documento con molte e illustri firme in calce, e neppure la piazza – ricordo che il mondo dell’edilizia ha già portato a manifestare insieme imprese e dipendenti – sono in grado di per sé di cambiare il corso della storia. Ma è pur vero che finora la rabbia degli italiani si è tradotta solo in quel sterile sentimento chiamato anti-politica. È venuto il momento di dare una risposta politica costruttiva alla politica e alle istituzioni che non funzionano. Prima che sia troppo tardi. E chi è più legittimato del mondo dell’economia a farlo? Coraggio, presidente Squinzi, a Lei il primo passo. Cordiali e preoccupati saluti.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario