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Monti e le prossime elezioni

Caro Presidente, si metta in gioco con l'Assemblea Costituente

Pubblichiamo un “appello” del presidente di Società Aperta, Enrico Cisnetto, al Presidente del Consiglio, Mario Monti

di Enrico Cisnetto - 24 novembre 2012

Gentile Presidente Monti,
è comprensibile che l’esternazione – inusuale – del Capo dello Stato circa la Sua (presunta) impossibilità a candidarsi alle prossime elezioni La induca, più di quanto già non sia per carattere e stile, ad evitare qualsiasi commento. E non so se, nella sostanza e intimamente, quella dichiarazione Le abbia procurato più fastidio o sollievo. Forse – azzardo – entrambe le cose, visto che in fondo si è trattato di avere la giacca strattonata da una mano (autorevole) anziché da più mani (talune amiche, altre meno).

Tuttavia, sarebbe bene, in una fase così difficile del Paese – che si gioca la possibilità o meno di voltare pagina in modo definitivo e aprire finalmente la Terza Repubblica, dando la sepoltura che merita alla Seconda – che si possa sciogliere, mi auguro positivamente, il nodo relativo al Suo ruolo nella prossima legislatura. Mi permetto di dire che ci sono quattro e non tre possibilità, come tutti affermano.

Le prime due sono conclamate. La prima: Lei potrebbe essere un ottimo successore di Giorgio Napolitano, specie se si volesse accentuare il ruolo del Presidente della Repubblica come garante dell’immagine del paese verso i partner europei e il mondo. Nulla da eccepire, e il precedente di Ciampi – nominato senza aver mai ricevuto alcun consenso elettorale, ma ciononostante amato dagli italiani – sarebbe di gran conforto.
La seconda: Lei potrebbe tornare a palazzo Chigi da presidente di un governo di “larghe intese”, se dalle urne non dovesse uscire una maggioranza tanto alla Camera quanto al Senato. Ma qui già casca l’asino: perché se è vero che si confermerebbe la discontinuità che Lei ha incarnato dal novembre 2011, è altrettanto vero che una seconda volta come salvatore della patria perché i partiti della Seconda Repubblica sono in stato fallimentare significherebbe la continuazione della cesura con il passato, non il suo definitivo superamento. Insomma, staremmo ancora in mezzo al guado, e non sarebbe certo la migliore delle situazioni possibili, per il Paese ma anche per Lei.

D’altra parte, io sono assolutamente convinto – e mi pare che un po’ tutti i sondaggi lo dicano – che in mancanza di novità davvero significative nell’offerta politica, gli italiani non darebbero a nessuno la possibilità di vincere, così come è successo in Sicilia poche settimane fa. Dunque, se la Sua volontà o le circostanze dovessero scongiurare l’ipotesi Quirinale, non rimarrebbe altro che affidarsi alla terza delle possibilità, quella che Lei a presiedere il governo ci torna per volontà popolare e non per stato di necessità. Si dirà: questa era l’idea di molti, ma Napolitano l’ha sgomberata dal tavolo. Io non credo. Intanto perché, come qualcuno ha già ricordato, c’è un precedente: Andreotti nel 2001 capeggiò, da senatore a vita, la lista di Democrazia Europea. Poi perché, con tutto il rispetto per il Presidente, molti costituzionalisti hanno recentemente smentito che per Lei esista un impedimento a candidarsi alla Camera, asserendo che l’incompatibilità scatterebbe solo dopo l’eventuale elezione (dovrebbe optare, e sarebbe logico mantenere il seggio senatoriale vitalizio). Infine, perché l’operazione “lista Monti” potrebbe tranquillamente avvenire anche se non ci fosse la Sua candidatura: basterebbe che Lei sposasse politicamente l’idea e la cavalcasse in campagna elettorale.

Qui immagino già le critiche: così il tecnico Monti diventerebbe politico, così gli ultimi mesi di legislatura vedrebbero il presidente del Consiglio partecipare allo scontro elettorale. Ma sono obiezioni facilmente confutabili. Intanto perché è stato Lei stesso, e giustamente, a rifiutare sin dall’inizio questa etichetta di “tecnico”, anche perché chi gliela appiccicava addosso tendeva a dimenticare che il suo governo godeva, e gode, di una larga base parlamentare. Poi perché è normale che un premier uscente s’impegni davanti agli elettori chiedendo loro il consenso: succede ovunque e nessuno si scandalizza. Ma, soprattutto, perché è bene che questo accada: la Sua lista – ripeto: con lei esplicitamente candidato al Parlamento o meno, poco importa – sarebbe infatti l’unica novità capace di far recedere un bel po’ di italiani dall’intenzione di astenersi o di dare per protesta il voto alla lista di Grillo.

E questo significherebbe non solo che dalle urne potrebbe uscire una maggioranza, ma che l’offerta politica non sarebbe più imperniata sulla fallimentare contrapposizione tra centro-destra e centro-sinistra. Il che a sua volta vorrebbe dire la sepoltura della Seconda Repubblica e la nascita della Terza. Un cambio che, questo sì, offrirebbe quelle garanzie di cambiamento strutturale per il futuro che Lei stesso, caro Presidente Monti, ci ha raccontato essere ciò che più mercati finanziari e partner europei vogliono vedere per essere rassicurati in modo convincente e stabile.

Perché, allora, signor Presidente, non taglia la testa al toro e manifesta una disponibilità che qualunque persona di buonsenso e buona fede interpreterebbe come un gesto di estrema responsabilità e amore nei confronti del Paese da parte di un uomo che, altrimenti, potrebbe lucrare il vantaggio di un seggio senatoriale a vita e di un’ottima chance di avere l’onore di andare al Quirinale?

Se poi fatto trenta vuole fare trentuno, ecco la quarta ipotesi che intreccia il futuro Suo e dell’Italia: presiedere la seconda Assemblea Costituente della nostra storia repubblicana. Perché vede, signor Presidente, per completare davvero la lunga transizione politico-istituzionale che si aperta nel 1992 e che non ha più trovato fine, per voltare pagina sul serio, noi abbiamo bisogno di una cura (ri)costituente. E la miglior medicina è far affiancare al lavoro “ordinario” del Parlamento uno straordinario di riscrittura delle regole condivise e dell’architettura istituzionale, centrale e periferica, che necessariamente non può che essere ad appannaggio di “saggi”. E chi meglio di Lei, volendolo, potrebbe dedicarsi a questa decisiva opera di rifondazione repubblicana?

Grato per l’attenzione
Enrico Cisnetto

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario