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Le sfide del nuovo esecutivo

Caro Letta

Da Moody's e Berlino un monito al nuovo governo "Riforme a rischio senza un mandato"

di Enrico Cisnetto - 29 aprile 2013

Gli occhi degli italiani si sono concentrati sullo slalom tra i veti e i contro-veti che Enrico Letta è stato costretto a fare per riuscire a varare il suo governo, e poco hanno notato la preventiva accoglienza riservata al neo-premier da Moody’s e da Wolfgang Schauble, ministro delle Finanze tedesco e uomo forte del gabinetto Merkel. L’agenzia di rating, pur allontanando lo spettro di un downgrade rispetto al già disastroso “Baa2 con prospettive negative”, ha licenziato la stima più negativa sul pil 2013 fin qui emessa (-1,8%, nel Def del governo Monti è indicato in -1,3%).

Ma, soprattutto, ha avvertito che “senza un mandato chiaro per il governo le riforme sono a rischio” e che se lo stallo politico dovesse proseguire ci troveremmo di fronte ad un crollo della fiducia degli investitori, “con il rischio di costringere il governo a cercare l’aiuto dell’Europa tramite Esm e Bce”. Aiuto, però, che richiederebbe in cambio proprio quelle riforme strutturali la cui impraticabilità sarebbe all’origine del nostro help. Insomma, un cortocircuito. Esattamente come quello denunciato da Schauble: se si disconoscono le vere cause dei problemi si fanno analisi sbagliate e non si arriva alla giusta terapia. E nella fattispecie, l’errore che causa problemi all’economia italiana sta nei ritardi della politica, non nelle scelte della Germania.

Come si vede, non si tratta certo di passerelle rosse stese per il passaggio più agevole di Letta. Sono segnali che non vanno sottovalutati, ma a cui nello stesso tempo va dato il giusto peso. Per esempio, il pronostico della prima delle agenzie di rating, una volta tanto, è fondato e tempestivo. Purtroppo, ma è così: a politiche invariate, solo nel 2014 comincerà per noi un barlume di ripresa, e sarà comunque minimo (+0,2% la previsione di Moody’s). E pure il ministro tedesco “cattivo” non ha tutti i torti a ricordare le nostre colpe, senza le quali Roma sarebbe decisamente più credibile nel dire a Berlino cosa si debba fare. Ora, premesso che se si sbloccherà la politica europea potrà farlo solo in autunno, dopo le elezioni tedesche (a prescindere da chi le vince), rimane il fatto che occorrerebbe uscire dal vicolo di un dibattito su “austerità e crescita” che si è fatto sempre più angusto. Perché se da un lato è vero che in Europa le politiche di contenimento dei deficit hanno prodotto, come recenti studi dell’Fmi hanno ampiamente dimostrato, un effetto recessivo ben più marcato del preventivato e con conseguenze sociali insopportabili, dall’altro è pure vero che in giro per il mondo c’è troppo debito pubblico (Europa, Usa, Giappone) e troppa liquidità (si pensi alle politiche monetarie espansive americana e nipponica), e che tutto ciò rischia di generare una nuova bolla finanziaria come quella scoppiata nel 2007-2008. Insomma, non tutti i torti e non tutte le ragioni stanno da una parte sola: è sbagliato inseguire i deficit cercando di bloccarli con misure draconiane ed è assurdo coltivare l’ossessione dell’inflazione, ma non meno sbagliato è pompare liquidità a tutti i costi e, nello spendere, non distinguere tra spesa corrente improduttiva e investimenti (come fin qui ha fatto l’Italia).

Per questo occorre che il governo che sta nascendo sappia prima di tutto risolvere i problemi interni, anche per evitare di trovare la difficile coesione sul terreno facile ma scivoloso del “tutti contro la Merkel”.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario