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La questione del ricambio generazionale

Caro Josi il tuo Patto è autopoiesi

Ha ragione Cazzullo: i post-yuppini facciano rete con le idee piuttosto che sgomitare

di Luisa Leone - 23 aprile 2007

Non s’inventa una leadership, una classe dirigente. Gli alberi all’inizio sono semi, gli uccelli uova, gli uomini altri uomini. L’autopoiesi non è un’ipotesi contemplata. L’Italia si trova in una condizione di declino strutturale e non può certo fare a meno delle sue forze intellettuali più preparate e competenti. Questo è il punto debole della proposta contenuta nel “Patto dei quarantenni” di Luca Josi, con Enrico Cisnetto ha avuto un cortese scambio di vedute circa la possibilità e necessità di un ricambio generazionale nella classe dirigente del Paese.

Il problema non è il traguardo proposto ma, da un lato il modo in cui raggiungerlo, dall’altro garantire che il nuovo sia realmente un progresso rispetto al vecchio. Purtroppo l’esperienza del nostro Paese ci ha insegnato come non sempre il meglio corrisponde a un’inferiore età anagrafica. Si pensi solo all’entourage economico-finanziario di oggi, quanti di noi continuano a rimpiangere i nomi di Cuccia e Agnelli?

Quella del “largo ai giovani” non può essere una politica in sé, ma è invece necessario immaginare progetti di ampio respiro che, facendo leva su nascite e immigrazione, riequilibrino i pesi tra giovani e anziani. Inoltre, se va certo combattuto il vizio tutto italiano dello “scaldare la poltrona” - ancor più se su quella poltrona poggia un fondoschiena ultrasessantenne - non si può far di tutta l’erba un fascio, ed anzi bisognerebbe invitare i cinquantenni più in gamba di oggi - oltre ad assumersi la responsabilità di portare il Paese fuori dal declino - a trovare anche il tempo per trasmettere alle generazioni più giovani tutta la loro competenza ed esperienza. Questo non significa che non sia da apprezzare la volontà di Luca di organizzare la sua generazione per contribuire ad abbattere l’immobilismo italiano, ma il ricambio generazionale non può essere un “salto nel vuoto”.

La questione è stata ripresa anche da Aldo Cazzullo in un articolo pubblicato sul Corriere Magazine di giovedì scorso, in cui sottolinea la necessità di puntare a un cambiamento nel modo di agire, prima che nelle carte d’identità, perché se i giovani che prenderanno il posto dei più anziani rifaranno errori già visti, il ricambio in sé non sarà servito al Paese, ma solo alla generazione che oggi lo richiede, per ottenere posizioni di potere. Cazzullo solleva poi il problema della generazione degli oggi quarantenni, cresciuti all’ombra dello “yuppismo” degli anni Ottanta. Anche in questo caso non si può generalizzare, ma è vero che la mentalità individualistica è molto più forte in quella generazione che nelle precedenti. Questo non è un male in sé, ma è anche vero che, come suggerisce Cazzullo, è importante che proprio quella generazione impari a fare “rete”, che non rinunci ai suoi progetti ma si prepari per essere pronta al passaggio del “testimone”.

Purtroppo però nel nostro Paese bisogna ancora fare i conti con chi, come Filippo Facci de Il Giornale, sta sul piedistallo a giudicare tutti, salvo poi guardarsi bene dal proporre qualcosa di originale, o anche solo proporre qualcosa. In un articolo pubblicato sabato scorso, Facci critica Cazzullo per l’essersi azzardato a porre sul tavolo la questione della tempra dei “successori”. L’aver ardito dare dell’individualista a una generazione che molti sociologi non si esimono dal definire addirittura “egoista”. Un pretesto secondo Facci, per essere ossequiosi con il potere. Invece Facci, ai suoi padroni non deve evidentemente procacciare idee nuove, basta che ogni tanto lanci una saetta qui e una lì e si aggiunga alla schiera di quanti Josi ha definito i “benaltristi”, quelli che “ci vuole ben altro”, senza ovviamente mai specificare cosa. Poiché a me non piace lanciare saette per il semplice gusto di vederne il bagliore, ecco un esempio: nel suo articolo Facci sostiene che quanti si sono impegnati nel patto generazionale di Josi, una volta sessantenni, non saranno destinati all’ospizio ma daranno un apporto “da posizioni che consentano meglio di avvantaggiarsi della loro esperienza”. Restiamo in attesa di conoscere le coordinate di queste generiche “posizioni”.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario