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Public Policy

Relazione di Bankitalia

Caro Ignazio Visco.

Il nuovo Governatore di Bankitalia presenta la sua prima relazione annuale. Cosa ci ha detto veramente?

di Enrico Cisnetto - 01 giugno 2012

La crisi di “gravità eccezionale” nella quale siamo finiti dall’estate scorsa ha una sola soluzione: l’Europa federale. È questo il messaggio più importante della prima relazione annuale di Ignazio Visco da governatore della Banca d’Italia, per il resto nettamente meno politica di quelle dei suoi predecessori. Ma forse, nel vuoto delle indicazioni su come va e su cosa dovrebbe fare l’Italia, esso risuona ancor più marcatamente. E ha fatto non bene ma benissimo il governatore a dire con nettezza che per salvare l’eurosistema – moneta unica ma anche la stessa Unione Europea – la Bce più di quel che ha già fatto non potrà fare, e che ora sono i governi a dover “cambiare passo”. Lo sottolineo perché mi sono stancato di sentire questa inutile litania sugli eurobond, che non hanno probabilità alcuna di essere fatti, mentre coloro che li propongono – come antitesi alla linea tedesca – potrebbero più utilmente unire le forze per far avanzare il tema del governo federale. Gli “anti-tedeschi”, chiamiamoli così per capirci, dovrebbero incalzare Berlino sullo stesso terreno su cui il vecchio Khol ha avuto parole dure nei confronti della deludente allieva Merkel – l’unità politico-istituzionale dell’Europa – e non lanciare provocazioni che è facile respingere al mittente. Si spieghi, come ha fatto ieri Visco, che quella dell’euro, considerata nel suo insieme, è ancora l’area più ricca del mondo, con i suoi 300 milioni di cittadini e 20 milioni di imprese (la densità di 1 a 15 non ce l’ha nessuno) e con le famiglie che hanno una ricchezza finanziaria lorda tre volte il loro reddito disponibile annuo e un indebitamento pari al reddito. Area tutto sommato equilibrata da punto di vista dei conti pubblici, visto che ha un deficit e un debito di poco sopra il 3% e il 90% del pil, e solida da punto di vista industriale, considerato che il debito finanziario aggregato delle imprese non supera il prodotto di un anno. Ma essa può trarre vantaggio da questa forza solo se è unita in un unico stato federale – così come può competere con le entità del mondo dimensionalmente più grandi soltanto se diventa un unico player – mentre è debole e destinata a perdere se, pur avendo una sola moneta, si presenta divisa in 17 Stati, tra l’altro del tutto eterogenei tra loro e in diversi casi (tra cui, purtroppo, l’Italia) afflitti da squilibri interni. Anzi, il fatto che una simile armata Brancaleone abbia una moneta comune accentua la fragilità del sistema ed espone la valuta e i debiti sovrani dei paesi più deboli alla pressione speculativa dei mercati. Mentre l’unificazione dei processi decisionali, la messa a fattor comune delle risorse necessarie sia alla stabilità finanziaria che alla crescita, la creazione di un sistema bancario europeo unificato da regole e indirizzi comuni, sarebbero tutte condizioni, tipiche di una federazione di Stati, che ci consentirebbero di uscire con relativa facilità dalla crisi in cui siamo precipitati. E che l’eventuale uscita della Grecia dall’euro – da considerare oggi al di sopra del 50% di possibilità – aggraverebbe, perché finirebbe per sancire la fine del principio di irreversibilità della moneta europea che era stata stabilita nel Trattato di Maastricht proprio dalla mancanza di indicazioni su come uscire dall’euro. Cosa che aprirebbe la strada ad altre fuoriuscite, fino a minare la stessa esistenza dell’euro. Ma se l’unica strada è quella degli Stati Uniti d’Europa, o quantomeno, in una prima fase, di una confederazione di Stati pronti progressivamente a cedere ad un governo centrale quote di sovranità, quali probabilità ci sono che i leader europei si decidano a presentare questa prospettiva ai loro popoli, dai quali traggono il consenso che li ha fatti diventare tali? È stato interessante porre questa domanda, nell’ambito di un “Roma Incontra”, a chi, come Gianni De Michelis, mise la propria firma (con quella di Andreotti e Carli) in calce al trattato fondativo dell’euro nel 1991, a chi, come Giorgio La Malfa, ha sempre denunciato la tara genetica della moneta senza Stato (tutto da leggere il suo libro rieditato da Passigli “L’Europa in pericolo, la crisi dell’euro”), e a chi come Emma Bonino ha appena raccolto adesioni illustri su un documento che ripropone con forza gli Stati Uniti d’Europa, accontentandosi che la motivazione sia per necessità e non più solo per spirito europeista. Risultato: Bonino e De Michelis ragionevolmente ottimisti – perché i tedeschi capiscono che non conviene neppure a loro far saltare l’euro e siccome tornerà la Große Koalition questo consentirà di fare le scelte necessarie – La Malfa pessimista, perché teme che si sia superato il punto di non ritorno e che siano davvero basse, considerata la fobica paura dei tedeschi per l’inflazione e pur sapendo che Draghi sarebbe favorevole, le possibilità che si adotti una politica basata su una secca svalutazione dell’euro (per esempio il ritorno della parità con il dollaro) e su un allargamento della base monetaria. Speriamo che la partita finisca davvero due a uno.

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