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Al di là dei giudizi pro o contro il personaggio

Caro Fassino, su Ricucci ti sbagli...

Il declino è frutto dell'eccessiva finanziarizzazione della nostra economia

di Enrico Cisnetto - 08 luglio 2005

Fa un certo effetto, mentre l’Italia istericamente avvezza a dividersi su qualsiasi cosa trova il modo di identificarsi pro o contro tal Stefano Ricucci, vedere il segretario del più grande partito della sinistra prendersi la briga di fare una scelta di campo. Piero Fassino, che pure mi risulta fosse stato sconsigliato da qualche saggio del suo mondo, ha voluto non solo (più comprensibilmente) parlare di Unipol e Montepaschi, ma anche dell’ormai prossimo marito di Anna Falchi, difendendolo da quelli che ha definito “pregiudizi sbagliati”. Ora, avendone stima, sono sempre stato portato a credere a Massimo D’Alema quando ha affermato che non esiste la cosiddetta “finanza rossa” e che con gli “immobiliaristi d’assalto” alla Ricucci non ha nulla a che spartire. Ma, certo, l’intervista di ieri al Sole 24 Ore del segretario dei Ds rischia di far vacillare anche la più radicata convinzione della più disponibile delle persone. Tuttavia non è questo che vale la pena commentare, bensì la logica politica e programmatica che l’uscita di Fassino fa emergere. Naturalmente non mi sfugge, ben conoscendo (e per molti versi apprezzando) le sue analisi sul capitalismo italiano, il contesto e il momento in cui le sue parole sono state pronunciate, e dunque la responsabilità che si è sentito in dovere di assumere. Ma trovo grave, proprio perché so che Fassino è uno dei pochi leader politici ad avere profondità di pensiero in materia di politica economica e industriale, la sua equiparazione tra attività manifatturiera e compravendita di immobili. E’ vero, come dice Fassino, che “occorre superare le vecchie gerarchie dell’industrialismo”. Ma per modernizzare il nostro capitalismo “povero”, investendo nei settori a più alto contenuto tecnologico e dunque al riparo dal rullo compressore della competizione asiatica, non per sostituire il profitto con le rendite. Per carità, nessuno vuole demonizzare la speculazione finanziaria o immobiliare, semplicemente si chiede di non darle “copertura politica” proprio mentre il Paese deve decidere – con l’aggravante di aver perso una dozzina d’anni, l’intero arco della Seconda Repubblica – quale modello di sviluppo darsi per affrontare la globalizzazione. A Fassino non sfuggirà che il declino strutturale dell’Italia sta tutto nel passaggio dalla stagione del reddito a quella del patrimonio: abbiamo progressivamente smesso di crescere, fino all’odierna recessione, ma il Paese ha potuto evitare uno choc sociale perché la ricchezza accumulata – calcolata da Bankitalia in circa sette volte il pil – ha fatto da ammortizzatore. Basterebbe incrociare il grafico del prodotto interno lordo con quello dell’andamento del valore degli immobili per vedere plasticamente rappresentato il “caso Italia”. E non a caso chi ha la testa sulle spalle sa che qualunque progetto di rilancio di questo Paese, che passa tanto dal risanamento della finanza pubblica quanto dalla ripresa dell’economia reale, non può non mettere in discussione l’eccessivo tasso di finanziarizzazione e patrimonializzazione che abbiamo raggiunto. In questa rubrica qualche settimana fa ho spiegato che la questione delle rendite e dei patrimoni deve essere depurata da ogni accento ideologico e rappresentata agli italiani non in modo punitivo e neppure equitativo, ma facendo loro capire che quei 10 mila miliardi di euro – detta in vecchie lire rende di più la dimensione: circa 20 milioni di miliardi – che posseggono sono l’unica vera risorsa di cui l’Italia possa disporre. Si tratta di condividere un piano per il futuro e fare in modo che una parte di quel patrimonio venga smobilizzato e fruttuosamente (nel doppio senso della parola) impiegato per finanziare quel progetto-paese. Ora, caro Fassino, questa ambizione è già un’impresa titanica di per sé – presuppone persino un sistema politico diverso da questo bipolarismo “bastardo” che impedisce la condivisione delle scelte di fondo – senza che ci sia bisogno di renderla ancor più difficile con la “benedizione” ad un broker del mattone. Mestiere lecito e rispettabile, ma che – come ha sottolineato il presidente della Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani – è ben diverso da quello di tirar su case.

Tralascio qui la questione dell’origine della fortuna di Ricucci – anche se non posso far a meno di rilevare che chi si è peritato di indagarla, ci dice che negli anni in cui l’ex odontotecnico afferma di avere fatto i suoi migliori affari dichiarava al fisco il reddito di un poveraccio – e quella della sua presunta opposizione al “salotto buono”, che pure gli ha procurato molti fans (ai quali domando: si può legittimare qualcuno solo sulla base della delegittimazione che si vuole attribuire a qualcun altro?). Come si è visto, la questione è ben più seria del “caso Ricucci”.

Pubblicato sul Foglio dell'8 luglio 2005

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