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Addio Fabbrica Italia

Capitalismo compassionevole

Se in Italia non è conveniente produrre automobili, non si potrà costringere per sempre la Fiat a mantenere gli stabilimenti, magari nutrendola di soldi pubblici

di Davide Giacalone - 16 settembre 2012

Tenere in Italia la produzione di auto è conveniente o meno? Se lo è, o lo può essere, Fiat faccia quello che crede, decida eventualmente di andarsene e il suo posto sarà preso da altri. Se non lo è allora non serve a nulla star a frignare fuori dalla porta di Sergio Marchionne, manco fosse il capo della protezione civile, giacché occorrerebbe rispondere a un duplice, ulteriore quesito: è conveniente pagare il differenziale di convenienza, sussidiando la permanenza? chi lo paga?

Domande retoriche, perché la storia c’insegna che non è conveniente, le norme europee ce lo proibiscono e, comunque, non c’è un soldo da sprecare. Invece di chiedere chiarezza alla Fiat il governo dovrebbe chiederla a sé stesso.
Che Marchionne intendesse sbaraccare a me pare chiaro da molto tempo. Fece di tutto per perdere il referendum indetto fra gli operai, in modo da avere un solido argomento per chiudere gli stabilimenti e salutare tutti. Solo che gli operai, a dispetto della Fiom, furono di parere opposto. Ma se gli operai si mostrarono realisti il mondo politico, l’insieme della classe dirigente italiana non lo è altrettanto, continuando a supporre che la permanenza o meno di Fiat in Italia dipenda solo da una decisione, se non da un capriccio di Marchionne e degli eredi Agnelli. Se così fosse, potremmo anche essere ottimisti, perché significherebbe limitare il dilemma alle loro bizze, invece non è così e la cosa riguarda molte altre imprese.

Vorrei riassumere. Competere nei mercati globali, o anche solo stare sul mercato è impossibile se:
a. l’accesso al credito è negato, o praticato a tassi d’interesse nettamente superiori a quelli che pagano i concorrenti;
b. l’onere burocratico è sproporzionatamente superiore;
c. l’aggravio fiscale è irragionevolmente superiore;
d. i crediti vantati nei confronti della pubblica amministrazione esigibili (quando lo sono) in tempi imparagonabilmente superiori a quelli europei;
e. i debiti verso la PA non solo sono immediatamente esecutivi, ma non assolvendoli si perde diritto al credito;
f. l’accesso alla giustizia di fatto negato, visto che richiede tempi calcolabili in lustri;
e. il sistema formativo estraneo a quello produttivo.
In queste condizioni la desertificazione produttiva e lo sterminio aziendale è la sorte annunciata.

L’Italia può tornare a crescere, ma occorrono le condizioni:
1. fine di ogni assistenzialismo distorcente;
2. riduzione netta della spesa pubblica corrente;
3. parallela riduzione del carico erariale e adozione massiccia della fiscalità di vantaggio;
4. riduzione drastica delle funzioni svolte dall’amministrazione pubblica, concentrandosi sulla programmazione e sul controllo dei risultati;
5. smantellamento degli animali misti societari e uscita dell’amministrazione pubblica dall’affarismo;
6. cessione di funzioni e ricchezza al mercato, mediante esternalizzazioni;
7. vantaggi per investimenti e capitale di rischio in arrivo dall’estero.
Queste cose a chi le chiediamo, a Marchionne? O non sono forse i doveri del mondo politico, del legislatore e di chi governa?

Detto questo, però, neanche Fiat ha tutte le carte in regola: la cattiva pratica delle sovvenzioni, la cattiva politica del sostegno indebito alle aziende, la cattiva condotta dei soldi pubblici spesi per reggere in piedi quelli privati, l’hanno, nel tempo, notevolmente arricchita e fatta crescere. Il punto, però, è che a un’azienda, per giunta oggi diretta da quelli che non l’amministravano allora, non può chiedersi né gratitudine né patriottismo, che sono sentimenti appartenenti ad altri ambiti della vita.
Tocca a chi guida il Paese stabilire regole che già sono presenti in altri mercati europei. Ad esempio: decidi di chiudere? È questione che appartiene alla tua autonomia, nella quale il governo non deve minimamente entrare, ma se hai ricevuto agevolazioni per aprire e restare in piedi, nel momento in cui serri il cancello restituisci. Con quei soldi, fra le altre cose, si paga il costo sociale degli operai a spasso. Pensate ad Alcoa, fate il conto di quel che è costata in termini di energia elettrica scontata e provate a immaginare.

Fare la serenata a Marchionne non solo non serve a nulla, ma è vagamente patetico. Oltre tutto la moralità del mercato funziona in modo assai diverso: presupposto il rispetto delle leggi, dato che si tratta di società quotate in Borsa, l’amministratore risponde agli azionisti del valore creato o bruciato. Se rispondesse alle confraternite del consociativismo compassionevole otterrebbe esattamente quel che abbiamo: aziende che navigano alla grande in una tinozza, facendo fare ai manager la figura dei condottieri, salvo affondare appena toccano il mare.

Siccome l’Italia è, grazie a loro, terra di molti imprenditori coraggiosi e seri, capaci di navigare i mari del mondo, fu un’offesa a loro fare della politica industriale una politica pro-Fiat ed è un’offesa a loro far credere che le scelte industriali dipendano dal cuore e dal dialetto, anziché dalla convenienza e dalla competizione.

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