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Verso il 2013

Cancellare Monti è stato un errore

Il Partito Democratico ha un futuro solo se lo guarda in faccia.

di Beppe Facchetti - 17 ottobre 2012

È certo sbagliato chiedere al Partito democratico di rinunciare alla guida del prossimo governo, in nome di una presunta superiore virtuosità dell’attuale presidente del consiglio.

È infatti non solo legittimo, ma fisiologico, che la politica si riprenda il suo spazio e che siano gli elettori a scegliere il vincitore, che speriamo tutti possa essere quel candidato Pd che avrà superato la prova del fuoco di primarie per la prima volta vere.

Monti è una riserva della repubblica, l’uomo cui ricorrere se l’emergenza democratica continuerà, ma le situazioni non si ripropongono sempre uguali e una coalizione anomala come l’attuale è ben difficilmente ripetibile. Allo stato attuale, un nuovo governo Monti può essere ipotizzato solo in uno scenario di per sé ben poco augurabile, ovvero con esiti elettorali di tipo greco, con elezioni a ripetizione. Nessuna mitizzazione, nessun salvatore della patria, dunque, anche perché le ultime scelte del governo Monti lasciano davvero sconcertati, con un utilizzo di leve fiscali che sembra quanto meno improvvisato. Se si debbono fare errori, meglio che siano di un governo politico, che almeno ne risponde. E se si deve salvare la patria, meglio che sia il Pd a farlo. Non è quindi con spirito acritico o addirittura di fazione, non è per filo-montismo a tutti i costi, che diciamo che il manifesto sottoscritto con Sel e Psi è gravemente carente. “Dimenticarsi” di dar atto all’attuale governo di avere avviato una decisiva e provvidenziale discontinuità nella politica italiana, così come scriveva del resto la Carta d’intenti varata a luglio, è fare un torto assai grave non tanto a Monti e al presidente della repubblica, ma innanzitutto al Pd stesso, che quasi un anno fa ha avuto il coraggio e l’onestà intellettuale di guardare all’Italia e non al proprio interesse elettoralistico.

È difficile trovare una spiegazione politica razionale per una simile scelta, anche se certamente non casuale. È più facile credere a un cedimento verso un alleato, Vendola, ormai chiaramente preferenziale fino a diventare qualificante, quasi il sale di una coalizione, con buona pace dell’ininfluenza di Nencini. Né ci consola il ridimensionamento orale delle parole scritte e non scritte; tutto va bene ma non proponeteci due mesi di “interpretazioni” con Vendola e Bersani che danno ciascuno la propria versione!

È allora ancora una volta l’effetto del “niente nemici a sinistra”, a prezzo dell’essere quanto meno anacronistici (oltre tutto i nemici a sinistra ci sono comunque)? E, per inciso, di favorire un bel risultato di Vendola alle primarie, premessa per forti pretese future, magari sottoscritte tra il primo e il secondo turno? A giugno eravamo un partito aperto alla relazione operativa sia con i progressisti (curiosa definizione, tutta da dimostrare, per i conservatori di Sel, cui si regala qualcosa anche così), che con i moderati, identificati con il partito di Casini, a dispetto della nascita contemporanea di miriadi, obiettivamente troppe ma significative e interessanti, di formazioni sicuramente aberlusconiane – se non anti – da lasciare evidentemente nel limbo, senza alcuna lungimiranza. A luglio abbiamo scoperto che l’aggregazione democratico-progressista avrebbe, bontà sua, cercato un dialogo con “forze liberali” esterne, dimenticando del tutto che già esse esistono all’interno del Pd (e scoraggiandone la crescita). Ora, ad ottobre, il rapporto preferenziale è solo con Sel, e la variante è che il dialogo può essere esteso alle forze “liberali di centro” (ma allora esistono forze liberali di destra? Tenderemmo ad escluderlo, visto che il berlusconismo è la loro totale negazione. O forze liberali di sinistra, miracolosamente rientrate nei ranghi del Pd tra luglio e oggi?).

Un pasticcio facilitato dalle prima riga del documento approvato (anche dal sottoscritto) all’assemblea nazionale, che ha ristretto esplicitamente ai soli Sel e Psi il diritto di presentarsi alle primarie, come se Tabacci fosse un partecipante a titolo personale e come se fosse inibita l’idea stessa di esservi ammessi se non con quelle casacche predeterminate. Mentre il 40 per cento dei dubbiosi o dei non votanti individuati dai sondaggi forse vorrebbe una rappresentanza e magari sarebbe lieto di vederla già alle primarie.

Una flessibilità maggiore avrebbe forse potuto ampliare una platea, anche di partecipanti, che andasse oltre le meritorie candidature di Sandro Gozi e Laura Puppato. E non sarebbe stato un male, per un partito pluralista.

Sembra insomma che a tutti i costi ci si voglia complicare la vita. Che cosa deve fare chi teme in Renzi il candidato che vezzeggia gli umori dell’antipolitica? Cosa deve fare chi crede che la risposta del Pd all’emergenza democratica del paese debba essere – alla Bersani – la severa, difficile, riformistica, ricerca della buona politica, anziché la rincorsa che dà ragione all’emotività, dando in pasto qualche testa e qualche taglio (che non basterebbero mai)? Deve fidarsi solo dell’idea che l’antidoto ai mali dell’Unione possa essere domani la votazione a maggioranza all’interno dei gruppi parlamentari? Non c’era una regola simile con l’accordo Veltroni-Di Pietro, che doveva addirittura portare a un gruppo unico, tramontata tre giorni dopo il voto? Ci aspetta un governo con un Pd a macinare faticosamente riformismo, e un alleato che agita le piazze?

Se sulla riforma delle pensioni o sull’articolo 18 non si accettano neppure i modesti compromessi fatti votare dall’attuale governo e si fa la voce grossa riempiendo i gazebo per improponibili referendum, si sceglie evidentemente di guardare al passato anziché al futuro. E il Pd ha un futuro solo se lo guarda in faccia.

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