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Gli altri paesi adottano politiche di protezione

Campioni nazionali, serve un’intesa

Abbandonando a se stesse grandi aziende come l’Enel rischiamo la marginalizzazione

di Enrico Cisnetto - 24 febbraio 2006

Cosa serve per vincere nel grande “risiko” europeo? Semplice: non lasciare sole le nostre Enel e Unicredito. Dalle banche all’elettricità ora, dalle tlc e alle assicurazioni nel prossimo futuro, i giornali ricorrono meccanicamente all’immagine del famoso gioco di società per raccontarci l’inevitabile processo di consolidamento nell’industria e nella finanza in Europa. In realtà pochi capiscono che il fenomeno delle aziende che fanno conquiste oltre frontiera è solo l’aspetto più appariscente e scenografico, mentre è la strategia d’insieme a fare la differenza tra vinti e vincitori. Il sistema Italia si è accorto con ritardo che il gioco dell’unificazione di mercati e attori sulla scena europea non è una scelta ma una necessità. A destra come a sinistra, c’è chi afferma l’idea che il Bel Paese possa sottrarvisi senza conseguenze. Niente di più sbagliato: ci isoleremmo fino a renderci marginali – Disneyland o ospizio, fate voi – nel contesto globale. Sgombrato quest’equivoco, ora bisogna recuperare un ritardo che è sul punto di diventare irreversibile, abbandonando l’approccio da “liberisti scolastici” che ha guidato privatizzazioni e liberalizzazioni degli anni 90. Un cambiamento che Giulio Tremonti ha fatto suo nel Cicr di mercoledì annunciando la necessità di rivedere la legge Draghi sull’opa per evitare la colonizzazione (peraltro già in atto), che ha giustificato ricordando che “nei vertici internazionali gli altri ministri mi parlano delle loro banche, forse anche noi dovremmo assumere un atteggiamento più di sistema”. I nostri partner, che pure possono contare su aziende più grandi e patrimonializzate, le sostengono con le leggi e la diplomazia per difendersi in patria e crescere all’estero. A maggior ragione dovremo farlo noi che patiamo un gap evidente. Nessuno chiede un ritorno al protezionismo o a gestioni dirigistiche: le regole europee e le strutture di controllo a Bruxelles rendono scelte del genere impraticabili e anacronistiche. Ma noi abbiamo ecceduto al contrario, penalizzando in patria le nostre poche grandi aziende (basti guardare le dichiarazioni e le scelte dei precedenti presidenti dell’antitrust) e le abbiamo lasciate al loro destino quando si sono affacciate all’estero. Per insistere nella metafora del risiko, è come se il giocatore-Italia avesse rinunciato ad una strategia lasciando ogni armata e ogni territorio a difendersi da soli, quando gli altri decidevano concretamente di presidiare le aree più funzionali ai loro obiettivi, sacrificandone altre meno interessanti.

Il caso dell’Enel è illuminante. Dalla privatizzazione l’ex monopolista è stata costretta ad una cura dimagrante pesantissima: cedendo le tre Genco ha perso l’equivalente della capacità di produzione elettrica del Belgio. Sul mercato interno era costretta a sottostare al processo di liberalizzazione più spinto – da noi sono entrati tutti: francesi, spagnoli, svizzeri, belgi, austriaci – mentre all’estero trovava mercati chiusi dove nessuno pensava di penalizzare il proprio monopolio. Nonostante questo l’Enel è riuscita a rimanere uno dei nostri pochissimi campioni nazionali in grado di competere in un contesto europeo: ha le dimensioni, la reputazione e la forza finanziaria, e questo grazie ad un faticoso processo di internazionalizzazione costruito per lo più in piena solitudine dal management della società: crescita nell’Est Europa, qualche occasione in Spagna e Francia. Da notare che in questi due ultimi casi solo una mediazione più o meno informale tra i governi ha portato al riconoscimento della reciprocità, per cui Edf e Endesa hanno acquistato rispettivamente il secondo operatore italiano, Edison, e una parte della capacità di produzione elettrica messe in vendita dall’Enel in Italia. Verso l’Enel la politica è stata nel migliore dei casi intermittente, e quel poco è dovuto alla “popolarità” della materia, non certo alla consapevolezza della classe dirigente. Si può fare di più e meglio specie ora che proprio l’azienda di Fulvio Conti è a un passo da una grande operazione che servirà a farle fare il definitivo salto di qualità.

L’impressione è che ci si trovi al momento della verità: gli spagnoli hanno tentato di creare il loro campione nazionale con la fusione Gas Natural-Endesa, i tedeschi di E.On hanno rotto questo schema e puntano ad diventare il più grande operatore europeo superando i francesi di Edf. L’Enel non vuole essere tagliata fuori da questo grande risiko e l’interesse per Suez in Francia e per gli sviluppi della contesa tra Gas Natural e i tedeschi di E.On su Endesa sono grandi opportunità per rimanere tra i primi tre-quattro operatori europei. Opportunità che possono essere vanificate se mancasse l’approccio “di sistema” evocato da Tremonti, che deve voler dire difesa bipartisan dell’interesse nazionale. Il coinvolgimento diretto dei governi fa ben capire che qui la retorica del mercato può essere fuorviante: il presidente Jacques Chirac e il capo del governo Dominique de Villepin hanno chiamato Berlusconi, intimandogli di bloccare l’Enel, Zapatero si oppone ai tedeschi in favore di Gas Natural. Niente di scandaloso: con le regole della finanza ci si giocano obiettivi industriali e di crescita economica che sono di interesse diretto dei cittadini ancor prima che degli azionisti. Per questo il pieno sostegno a Conti, da parte dei leader politici deve essere sostanziale e andare più in là delle dichiarazioni di facciata: sperando che da questa esperienza nasca un “modello” per tutte le prossime sessioni del risiko.

Pubblicato sul Foglio del 24 febbraio 2006

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