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Un coro di no all'ipotesi della Lega

Campionato-spezzatino? Sì, grazie

Il calcio italiano ha bisogno di aumentare le entrate. Per migliorare la qualità

di Alessandro D'Amato - 21 febbraio 2008

“Spezzatino” del calcio? Sì, grazie. Fin da quando è arrivato l’annuncio della Lega Calcio, si è scatenato su giornali specialistici e non il dibattito sull’opportunità della cosiddetta “frammentazione”. Ovvero sulla spalmatura degli orari delle partite lungo tutto l’arco del week end, in luogo della struttura odierna che prevede due anticipi e un posticipo. In un tripudio di lamentosi corsivi perbenisti, l’ironia si è concentrata sull’orario del derby di Roma, previsto per le 21 e 15, sulla Lega Calcio che sarebbe al guinzaglio di Sky, sull’”antico spirito dello sport ormai irrimediabilmente perduto”, sullo “scopiazzamento” di Premier League e Liga spagnola e così via.

A questa congrega di prefiche, un coro greco perfettamente intonato, mi sia consentito di aggiungere qualche “stecca”. Primo: il calcio ha perduto il suo status di sport e la sua purezza non da oggi, ma ufficialmente da quando è avvenuta la trasformazione delle società sportive in Spa. Poi, se vogliamo andare a grattare la superficie, possiamo anche ricordarci dei tempi precedenti, dei trasferimenti “storici” come quello di Vinicio prima e Maradona poi al Napoli, e rammentare a che prezzi vennero effettuati. Per non parlare degli enormi – per quei tempi – budget stanziati da Angelo Moratti per pagare gli stipendi della “sua” Grande Inter. Forse che all’epoca i denari non giravano? Secondo: da ciò, ne consegue che oggi il calcio è spettacolo anche e soprattutto grazie ai soldi che girano intorno. Chi, tra i tifosi, si lamenta per lo strapotere delle Tv, di solito poi lo troviamo al bar a inveire contro la sua squadra del cuore perché non ha comprato Ronaldinho o Messi. Ebbene, sia chiaro quello che dovrebbe essere ovvio per tutti: senza gli introiti dei diritti, i grandi giocatori non si possono pagare, e lo spettacolo ne è fortemente penalizzato. Basta dare un’occhiata allo scadimento tecnico medio – e al conseguente forte divario tra le prime 3 e le altre – delle squadre di serie A per capire che questo è male. Terzo: spalmare gli orari delle partite non costituisce, oggi, un terribile vulnus all’integrità del campionato – che vorrebbe i match cominciare in contemporanea, per salvaguardare l’integrità dei risultati e tenerli al riparo dalle possibili “pastette” – ma è invece una possibilità in più data al vero appassionato. Ovvero quella di seguire, oltre alla propria squadra del cuore (che magari milita nelle zone mediobasse della classifica) anche lo scontro al vertice per il campionato e i posti in Champions, e la lotta per la salvezza. Questo è un vantaggio, per lo sportivo, non uno svantaggio. Esattamente come in Inghilterra, dove è possibile guardare i match di Arsenal, Manchester, Liverpool e Chelsea senza sovrapposizioni, e questo ci permette di ammirare le punizioni di Cristiano Ronaldo e la classe di Fabregas. Stiamo forse “scopiazzando” da loro? C’è qualcosa di male in questo? Per una volta che la nostra esterofilia – ovvero, l’altra faccia del provincialismo – ci porta qualcosa di buono, perché lamentarsene? Quarto: particolarmente ridicolo è chi dice che ci sono motivazioni di “ordine pubblico” che impedirebbero di giocare alle 21 e 15. Già oggi ci sono partite che cominciano nella fascia serale, secondo voi se si posticipa l’inizio di una mezz’ora gli Ultras, automaticamente, diventano tutti bestie? Per carità: quello della violenza negli stadi è un grave problema, ma per la sua risoluzione si devono impegnare: le società, che devono mettere in atto tutti quei comportamenti atti a tagliare le fonti di introito ai “tifosi di professione”, e non spalleggiarli o servirsene quando vogliono ottenere qualcosa dai Comuni o dagli enti sportivi. La Polizia, che deve garantire l’ordine pubblico senza mai dimenticare anche il rispetto per i diritti civili dei cittadini (tutti: siano essi tifosi o semplici passanti). La Federazione, che deve invece mettere in atto tutti quei meccanismi di inclusione/esclusione – fatti di sanzioni, sì, ma anche di “premi” – per indicare quali sono i corretti comportamenti da tenere e a cosa si va incontro se non si rispettano le regole della civile convivenza. In tutto questo, le tv cosa c’entrano?

Tutto quello che porta il calcio ad una dimensione di maggiore spettacolarità, e consente maggiori introiti alle società, deve essere stimolato, non evitato come la peste. Perché è da quello che dipendono l’equilibrio generale del campionato – più soldi da spendere, più giocatori da acquistare e pagare – e la crescita di un business che oggi vale 6 miliardi di euro, con ampi margini di miglioramento. E se lo “spezzatino” dovesse essere uno dei modi per farlo, lo si provi. Possibilmente sedendo a tavola composti, senza mangiare con le mani e utilizzando tovagliolo e forchetta. E la metafora vale per tutti: Sky, sportivi e giornalisti-opinionisti.

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