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Italia import-export

Cambio di passo

Bisogna incentivare le imprese internazionalizzate e a forte carica innovativa

di Enrico Cisnetto - 16 marzo 2012

Come è possibile che la produzione industriale stia franando e l’export, in particolare di prodotti tipicamente made in Italy come quelli alimentari, stia invece andando a gonfie vele? Risposta semplice: è perché ci sono ormai “due Italie”. E non sono più, come un tempo, l’Italia settentrionale produttiva e quella meridionale improduttiva, per quanto il divario Nord-Sud sia ancora forte. No, sono l’Italia che esporta, o ancor meglio che si è internazionalizzata al punto tale da avere produzione e distribuzione nazionale e non, e l’Italia che non varca i confini. La prima tira, la seconda crolla.

La prima è fatta di qualche decina di migliaia di imprese, la seconda di milioni di aziende e attività individuali: ovvio, che facendo la somma, il risultato complessivo sia negativo. Tant’è che siamo in recessione. Si dirà: ma quando le cose vanno male, c’è sempre qualche eccezione. Vero. Ma qui non si tratta di eccezioni, ma di due economie ormai nettamente distinte, con profilature ed esigenze distinte, per non dire contrapposte. Prendiamo il dato generale. Chi aveva avuto la sensazione, vedendo l’acutizzarsi delle difficoltà delle imprese e osservando il calo dei consumi, che gennaio fosse stato un mese terribile, adesso ne ha la conferma: la produzione industriale è crollata del 5% su base annua e del 2,5% rispetto a dicembre. E siccome secondo Confindustria anche febbraio non sarà da meno, sono quindi sei i mesi consecutivi in cui la macchina produttiva nazionale ha perso colpi, portando al 6,2% la perdita di attività dall’aprile 2011 e al 22,1% il gap accumulato rispetto al picco pre-crisi della primavera 2008.

Potrebbe essere diversamente se i consumi, in termini di spesa procapite, sono tornati ai livelli di 30 anni fa? E non quelli per i beni durevoli, ma per la spesa alimentare: secondo un rapporto di Agriventure (Banca Intesa) si deve tornare ai primi anni ’80 per scendere sotto i 2.400 euro annui destinati a cibo, bevande e tabacco. E nel 2012 è previsto un ulteriore calo, anche se più spostato sui beni durevoli, dove gli acquisti sono ormai da tempo limitati alle sole sostituzioni. Nei primi tre mesi il settore degli elettrodomestici (il cosiddetto “bianco”) sta viaggiando ad un ritmo di -25%, con punte fino a -50% nel comparto “professional”. Si tratta di dati molto allarmanti. Perché, da un lato, confermano la recessione in atto, facendo presumere che la perdita di ricchezza a fine anno non solo non sarà di mezzo punto percentuale come ipotizzava il governo, ma sarà peggiore anche del già pesante 2,2% stimato dall’Fmi. E perché, dall’altro, rende improbabile il raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica su cui è stata costruita la credibilità del recente turnaround italiano nello scenario internazionale. Si dice che questa situazione sia figlia delle politiche restrittive degli ultimi anni.

È vero solo in parte. Perché se si va a vedere la realtà sul campo, si scopre che le imprese che dispongono di prodotti a forte contenuto tecnologico e ad alto tasso di innovazione reggono, o addirittura hanno performance invidiabili se esportano verso i paesi a più alta crescita. E si vede. Rispetto al 2010 la crescita dell’export nazionale è stata dell’11,4%, mentre il fatturato dell’agroalimentare ha messo a segno +11% solo grazie alle esportazioni, che in valore per la prima volta nella storia hanno superato il tetto dei 30 miliardi. Viceversa, chi agisce solo sul mercato interno e chi lavora con la pubblica amministrazione ha difficoltà crescenti, che diventano insormontabili per coloro che hanno produzioni labor intensive e non sono riusciti a delocalizzarle. In questo scenario la vecchia divisione Nord-Sud appare di minor importanza.

Infatti, se si va a vedere i dati Istat sull’export, ci si accorge che il tasso di crescita superiore a quello medio è dell’Italia centrale (+13%), mentre il +9,6% nel Mezzogiorno non è poi così distante dal +11,2% nel Nord-Ovest. Su base regionale, subito dopo Emilia-Romagna, Toscana e Lazio in testa alla classifica degli incrementi ci sono Sicilia, Puglia e Abruzzo. Questo significa che la crisi non è uniforme, ma crea selezione. Il che è positivo se si mette in moto un meccanismo virtuoso: via le imprese decotte, sottocapitalizzate e scarsamente innovative, dentro quelle capaci di penetrare i mercati emergenti. Ma così non accade, sia per colpa di alcune criticità del nostro capitalismo che lo impediscono – la piccola dimensione delle imprese, la loro eccessiva dipendenza dal finanziamento bancario, il livello decisamente più modesto delle nuove generazioni di imprenditori – sia perché manca tanto una politica industriale capace di disegnare strategicamente una sorta di “dialisi produttiva”, quanto gli investimenti pubblici che la devono agevolare. C’è invece assoluto bisogno che quel cambio di passo dell’intero sistema economico sia avvii subito. Cosa che solo scelte politiche strategicamente avvedute possono assicurare. Con quelle ordinarie o solo restrittive, ancorché giustificate dai problemi di finanza pubblica, non ne usciremo.

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