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Poniamo fine ad incubo che dura da troppo tempo

Cambiare cavallo è un trucco puerile

C’è un’altra Italia che non merita tutto questo, che ha diritto di aspirare ad una terza Repubblica

di Davide Giacalone - 18 gennaio 2011

Le dimissioni di Silvio Berlusconi non sono un evento probabile. Neanche auspicabile. Anzi, sarebbero una tragedia, un errore imperdonabile, un danno non ai suoi tifosi o agli interessi che direttamente egli rappresenta, ma all’Italia, che si vedrebbe nuovamente condannata a non uscire dalla propria storia peggiore. Le ammiraglie del giornalismo muovono in quella direzione, offrendo, in cambio delle dimissioni, il diritto di nominare il successore. Sembra una posizione cinica, invece è sintomo di scarso, o punto, senso delle istituzioni. E della storia, direi.

La questione rilevante non è l’ennesima inchiesta, nella quale si materializza l’essere giunti al fondo del trogolo, ma un attacco e una resistenza oramai privi di senso politico. In una democrazia la condotta privata dei governanti è rilevante, e quella cui s’è dedicato il presidente del Consiglio non accettabile. Ma è materia che si sottopone agli elettori. La pretesa della penalizzazione nasce dalla convinzione che gli elettori non sarebbero disposti a cambiare governate, sicché debbano essere le baionette giudiziarie a provvedere. Un incubo, questo, che viviamo dal 1992-1994, e dal quale non usciremo se non avendo il coraggio della verità e la forza delle riforme. Oggi, invece, anche nelle vicende pecorecce che colmano le pagine di un giornalismo cieco all’Italia, viviamo la viltà dell’attentato e lo sfinimento del campare senza cambiare.

Anche il più accanito degli antiberlusconiani non può non accorgersi che è pazzesco pensarlo al centro di trame mafiose, intrallazzi finanziari e traffico di prostitute. Si deve essere fuori di testa per immaginare una roba simile. Ma anche il più severo degli antigiustizialisti non può non osservare che i pubblici ministeri non possono essere sfidati e svillaneggiati uno ad uno, mano a mano che si fanno avanti, come se non spettasse al legislatore cambiare le regole in base alle quali agiscono. Se non si è capaci di farlo allora sì, sarà meglio togliersi di torno. Il cambio di cavallo, il passaggio delle consegne dal capo del governo ad un suo nominato, sarebbe la peggiore delle soluzioni. Certamente non una via d’uscita. Sarebbe uno schiaffo agli elettori, una violazione delle regole, una certificazione d’impotenza, sia della maggioranza berlusconiana che dei suoi oppositori. Un suggello di generale insipienza.

Noi vedemmo tutto questo, segnalammo sia la necessità d’impostare, subito, le riforme istituzionali che d’avviare le procedure per le elezioni anticipate. E’ chiaro che non regge un sistema che produce personalismi esasperati senza predisporre poteri in capo ai vincitori. Frugare nelle mutande non m’entusiasma, ma ha un senso ove si selezionano capi cui ci si affida. Farlo in un sistema parlamentare, ove nessuno ha alcun potere specifico, è da perversi. E, del resto, era chiaro anche che, per l’ennesima volta, la maggioranza vincitrice nel 2008 si sarebbe spaccata, lasciando una compagine numericamente più debole ad affrontare i rigori della crisi (che si sentono oggi più che allora), sfidandola a far riforme di cui non sarebbe stata capace. Fu ragionando politicamente che immaginammo l’avvicinarsi delle urne e il focalizzarsi dello scontro sui temi dell’assetto costituzionale.

Il mondo politico, invece, ha prodotto vaniloquio, mentre le elezioni anticipate sono concepite non come ripartenza, bensì come alternativa al trapasso. Ci si arriva per decomposizione, anziché per rigenerazione. Cambiare cavallo è un trucco puerile, un modo per non fare i conti con gli ultimi venti anni di storia nazionale, un sotterfugio per far passare Berlusconi senza averlo battuto, predisponendo l’Italia a cadute rovinose e al precipitare nell’immoralità immonda del moralismo senza etica. Un Paese di scriteriati, che si danno malati se c’è da lavorare e rompono il termometro pur di andare a giocare a palla, quindi dediti alla decadenza e predisposti alle infezioni.

C’è un’altra Italia che non merita tutto questo, che ha diritto di aspirare ad una terza Repubblica che non sia la tomba della seconda, come la seconda è stata l’agonia interminabile della prima. Trovi la forza di parlare, o si rassegni all’amara sorte d’essere ricommemorata, fra altri 150 anni, dai pronipoti di tutti quelli che le vollero male.

Pubblicato da Libero

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