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Rumors e maggioranze minoritarie

Cambiamo la legge elettorale

Non si può prescindere dalle riforme

di Davide Giacalone - 06 ottobre 2010

Il gran gioco di questi giorni, nel mentre basta che piova perché l’Italia smotti e s’allaghi, consiste nell’alambiccare attorno alla distillazione di una maggioranza alternativa, capace di far la riforma del sistema elettorale. Considerato una porcata per ripetuto dogma e autocertificata convinzione. Gli alchimisti d’un tempo puntavano alla formula capace di produrre l’oro, perché la ricerca è bella ma la ricchezza anche. Fallirono. Gli apprendisti stregoni dell’arte elettoralistica puntano a un risultato più modesto: menare per il naso lo scarso pubblico rimasto ad assitere. Falliranno.

In tutti i consessi di gente dabbene, che crede di pensare il giusto perché istintivamente concepisce il banale, s’usa che uno dica: occorre cambiare questa schifezza di legge elettorale. Sicché gli altri acconsentano, producendosi nell’imitazione dei cagnolini da cruscotto e sospirando circa l’immonda bassezza di quelli che essi stessi elessero. Tanta concordia si coagula su un punto, ricorrente nelle dichiarazioni di tutti i ruminanti politici: al popolo è impedito scegliere quelli che elegge.

Trattasi di tema tendenzialmente irrilevante. Sono personalmente favorevole al sistema uninominale, quindi alla più netta possibilità di scegliere fra candidati diversi. Ma anche in Inghilterra, dove l’uninominale è secco, la gran parte degli eletti li sceglie il partito. Discorso lungo, bello, ma non esattamente quello all’ordine del giorno.

Mettiamola in modo chiaro: se noi votassimo con l’attuale sistema, ma corretto con l’introduzione delle preferenze, non cambierebbe un tubo. Niente. Zero. Salvo lo scannarsi dei candidati fra loro. I veri nodi sono due: a. la perdita di coerenza fra il sistema elettorale e quello costituzionale (immutato, quindi concepito per il proporzionale); b. la non coerenza del premio di maggioranza fra Camera e Senato, talché gli stessi (quasi) elettori, nel medesimo giorno, potrebbero dare vita a due maggioranze diverse. A voi è capitato di sentir parlare di queste cose, di averle sentite dalla bocca dei tanti che dondolano il capino? No, appunto. E’ una presa in giro.

Il fatto è che si può anche immaginare una maggioranza che vada da Vendola a Fini, per reintrodurre le preferenze, cioè per fare una cosa inutile, ma appena si tocca la ciccia del potere, ovvero la modalità d’attribuzione degli eletti saltano fuori i problemi veri. Esempio: se si perde l’orizzonte maggioritario il Partito Democratico si sfarina in tempo reale. Le “maggioranze alternative”, quindi, sono solo un esercizio d’illusionismo. Questo, però, non rende più solida e forte la maggioranza uscita dalle urne, che da molto tempo ha preso a farsi del male.

Appena un anno dopo le scorse elezioni politiche, per la precisione nel giugno del 2009, cominciammo ad avvertire il rischio che fosse cominciata la fine della legislatura. Gianfranco Fini non aveva ancora scoperto il bisogno di democrazia interna al partito (che aveva cofondato) e nessuno conosceva le faccende monegasche. Ma la macchina s’era già inceppata, procedendo con troppa lentezza e fatica. Lo ricordo perché è da escludersi che si possa considerare un successo il ritornare a quella condizione. I contendenti possono pure decidere di smetterla di darsi mazzate e passare a sorreggersi, ma a parte il fatto che non ci crederebbe nessuno, rischiano di farlo come i pugili sfiniti che si abbracciano per non ammazzarsi. Normalmente circondati da fischi.

Non mi sono affatto affezionato all’idea delle elezioni anticipate, che non ho mai pensato siano una soluzione. Solo che ci si arriva comunque, e nel peggiore dei modi, se non si è capaci di riprendere l’iniziativa politica. Vale per la maggioranza come anche per l’opposizione. Può sembrare paradossale, ma è questo il momento di porre come ineludibile il tema delle riforme. Quella dell’istruzione universitaria non deve subire un minuto di ritardo, e la maggioranza ha tutto il diritto di dettare l’agenda dei lavori, anche al presidente d’Aula. Quella della giustizia deve essere resa complessiva, non ritagliata su casi specifici. Anche la riforma costituzionale deve essere impostata. E’ l’unico modo per dare un senso al durare o al cadere, ed è l’unico modo perché tutto non si riduca a congiure di palazzo, in un magma trasformista che emana più fetore che calore.

L’Italia non può essere governata da imprenditori e sindacalisti, al tavolo dell’Associazione Bancaria Italiana, ma neanche può impantanarsi nel nulla dei conflitti fra e negli schieramenti, senza alcuna attenzione ai contenuti. Il vuoto, non lo si dimentichi, sgomenta per un po’ e poi si riempie. E non è detto sia un passo avanti.

Pubblicato da Libero

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