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Public Policy

Economia e politica

Calendari incompatibili

In politica il tempo non costa e il guadagno consiste nel perderlo, in economia invece il tempo è denaro.

di Davide Giacalone - 24 giugno 2013

Ci sono due calendari che devono convivere, ma sono incompatibili: quello politico e quello economico. A metterli in ombra contribuisce un terzo calendario, quello delle scadenze giudiziarie che riguardano Silvio Berlusconi. Essendo il più colorito tutti ne parlano, essendo il meno influente tutti ne hanno un’opinione, essendo il meno decisivo tutti lo credono determinante. Confonde le idee a molti. Leggo, ad esempio: fino alla sentenza della cassazione Berlusconi ha interesse a tenere in piedi il governo Letta. Sottinteso: dopo no. Fantasticherie, perché se crisi deve essere deve aprirsi subito. Guardate il calendario.

Nel calendario politico c’è poco d’immediato. Le prime scadenze sono quelle dell’Iva e dell’Imu. Ma sono tanto fumo e poco arrosto: l’Iva, fra poco, costerà meno aumentarla che rinviarne l’aumento, mentre l’Imu già ha subito un rinvio, nel frattempo l’abbiamo pagata eccome, sicché a fine agosto si potrà ancora allungare la palla. Decidere di non decidere è la cosa più congeniale al governo. Occhio, però: alla ripresa autunnale c’è da varare e approvare la legge di stabilità, mettendo in dubbio la quale ci sarebbero le solite avvisaglie di crollo del mondo. A giugno del 2014 comincia il semestre italiano di presidenza Ue, il che esclude non solo una crisi nel suo corso, ma anche un governo nato due settimane prima. A primavera ci saranno le elezioni europee, cui non si possono accoppiare le politiche. Insomma, per farla breve: se Letta arriva ad acquistare il panettone può ragionevolmente supporre di mangiarlo anche l’anno successivo.

Il fatto è che questo calendario politico, fatto di tanti giorni vuoti e settimane perse, ma colmo di voglia che il tempo trascorra lento e inesorabile, consumando le ore acciocché compongano i secoli, fa a cazzotti con il calendario economico. Nel caldo estivo le famiglie ridurranno la durata o il tenore delle vacanze, ma alla grattachecca ci si arriva comunque e gli amori dei giovani sbocciano felici. In autunno si prenderà atto che non s’è creato un solo posto di lavoro, che la contrazione del prodotto interno lordo sarà maggiore del previsto, che la supposta ripresa sarà minore del previsto, che il peso percentuale del debito sarà cresciuto, che il deficit lo sforiamo senza neanche spendere un tallero per lo sviluppo o per lenire i dolori della crisi. Se va alla grande restiamo dove siamo, ma più facilmente vedremo crescere l’imposizione fiscale. Mentre i fessi staranno ancora parlando di Imu i pazzi mediteranno l’ipotesi di una patrimoniale più dura. Anche qui, per farla breve: i poveri saranno più poveri, la piccola borghesia sempre più spaventata e i ceti più agiati sempre più minacciati.

Prendete i due calendari, con il primo in cui il tempo non costa e il guadagno consiste nel perderlo, con il secondo in cui il tempo è denaro perso e arginare l’emorragia è urgentissimo, guardateli e costatate che non sono compatibili. Sono due universi diversi. Potete anche distrarvi collocando le udienze, le sentenze e le resistenze di un solo cittadino italiano, ma, a un certo punto, spero vi accorgiate che prendete in giro voi stessi. Come la sinistra, del resto, si prende in giro dal 1994, da quando suppone che sia altrove la causa della propria pochezza. Cerchiamo di essere seri: se il governo ha intenzione di fare qualche cosa farà bene a dirci cosa e a farcelo vedere, avendo, fin qui, palleggiato a centro campo; se, invece, si deve prendere atto che in campo non ci sono giocatori, ma foche, allora meglio farlo immediatamente. Perché il calendario politico sarà opinabile quanto vi pare, ma quello economico ha un tassametro che gira. E a pagare saremo tutti noi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario