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Scandalo che cade a fagiolo per il delisting

Calcio: exit strategy dalla Borsa

Svanita l’illusione dei ricavi facili e sostituita da una struttura dai costi abnorme

di Enrico Cisnetto - 22 maggio 2006

Per le società di calcio c’è bisogno di un’exit strategy dalla Borsa. Si devono valutare tempi e modi per un’operazione che si presenta difficoltosa, ma lo scandalo del calcio scoppiato in queste settimane viene a proposito per un delisting che era quanto mai necessario anche prima. A Piazza Affari le tre società di calcio quotate hanno riservato solo delusioni agli azionisti: dal loro esordio, la Juventus ha perso il 66,18%, la Roma l’89,39% e la Lazio il 98,44%. Inoltre, non bisogna dimenticare tutti quei “sanguinosi” aumenti di capitale che hanno dovuto effettuare le due società romane, chiedendo soldi al mercato e facendo ricadere tutto – o quasi – sulle spalle dei piccoli azionisti. Le performance della “triade delle quotate” hanno dunque deluso sia gli investitori che i tifosi: la volatilità delle azioni è altissima e la chiarezza dei loro conti – per usare un eufemismo – è lontana dagli standard minimi. Insomma, l’abbinata “finanza&calcio” è stata un disastro. Mitigato solo da interventi “risanatori” imposti dalle banche creditrici, come nel caso del gruppo Sensi, che hanno prodotto un po’ di trasparenza.
Di chi è la colpa? Prima di tutto di chi permise all’epoca la loro quotazione: come è stato possibile far entrare nel listino imprese senza una struttura patrimoniale adeguata, che non sono nemmeno proprietarie degli asset che utilizzano (come gli stadi, il cui acquisto è rimasto una promessa), né hanno un conto economico che non dipenda solo dal binomio incassi-diritti tv? Borsa spa e Consob dovrebbero spiegarci perché permisero quelle quotazioni, così come qualcuno dovrebbe dirci perché in questa situazione non sono state subito sospese dalle contrattazioni almeno le due squadre (Juventus e Lazio) coinvolte in calciopoli. E non ci si venga a dire che in questo modo si privilegia chi vuole vendere le proprie azioni limitando almeno le perdite. Né si può considerare tempestiva la decisione assunta venerdì notte dalla Consob di allargare gli accertamenti a sindaci e revisori dei conti.
A parte lo scandalo-Moggi, da tempo il calcio italiano vive un momento difficile: l’illusione di un’esplosione dei ricavi è svanita, la differenziazione delle fonti di guadagno è rimasta per lo più sulla carta e il patrimonio si risolve nella proprietà dei giocatori, sostenuto solo dal giochino delle plusvalenze. Dal triennio d’oro 1998-2001, poi, la situazione è addirittura peggiorata, visto che l’afflusso di capitali – che arrivavano dalle tv satellitari, considerate vacche da mungere – si è esaurito, lasciando senza finanziamento una struttura di costi abnorme. Ma l’inconsistenza dei fondamentali rende ancora più difficile la situazione delle società quotate, che sono sempre più banderuole esposte al vento dei mercati, amplificato poi dall’indulgenza della vigilanza sulle notizie price sensitive. Intendiamoci: so bene che il valore del calcio, per gli appassionati, va persino oltre quei 6 miliardi di euro di giro d’affari totale. Ma in Inghilterra, dove la febbre del calcio contagiò a suo tempo la City, è già cominciata la fuga dalla Borsa, e delle quattro società inizialmente quotate ora ne sono rimaste la metà, mentre in Germania si è fatto un pit stop straordinario. Non sarebbe il caso – per tutelare sia il mercato che i tifosi – di intervenire al più presto anche in Italia?

Pubblicato sul Messaggero del 21 maggio 2006

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