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Public Policy

Non si possono affrontare solo i temi economici

Bush, la Cina e l’Europa

A Pechino il presidente Usa parla di diritti civili. Che gli europei dimenticano spesso

di Davide Giacalone - 21 novembre 2005

Avevo criticato il Presidente della Repubblica, che alla testa di una folta delegazione era andato in visita in Cina e non aveva trovato il modo di porre con cortese evidenza il tema dei diritti umani. Quest’errore è stato ripetuto da diversi leader europei, innamorati della propria immagine che vorrebbero cinica ed affarista, ed è, invece, bigia ed incosciente. Lo stesso errore non lo ha commesso Gorge W. Bush, che a Pechino ha usato parole e comportamenti chiari, reclamando libertà ed anche libertà di culto. Ha fatto bene.

Molti europei credono che si possa parlar di Cina solo argomentando di quattrini. Credono che si possa ripetere la nenia che al primo grano del rosario prevede una preghiera per “il nuovo, grande mercato che si apre”, ed al secondo grano già include la supplica per i dazi, in modo da difendere merci e lavoratori nostrani. Se ne compiacciono come di un’astuzia, ed è, invece, una piccineria.

Nessuno fermerà la crescita economica della Cina, che, oltre tutto, è e sarà un vantaggio anche per i nostri consumatori. Ma quello che si deve fermare è un regime dispotico, liberticida, dominato da classi dirigenti autoreferenti. Noi non dobbiamo chiedere alla Cina (non ne abbiamo alcun diritto) di restare nel passato del buio e della fame, nel passato maoista, dobbiamo chiedere (e ne abbiamo diritto) di entrare nel presente del diritto e del rispetto della persona umana.

Natan Sharansky lo ha scritto in modo impareggiabile: non ci sono popoli inadatti alla libertà ed alla democrazia, ed i popoli liberi sono i più affidabili, in quanto a sicurezza degli altri. Questa è la strada da battere, con gradualismo, certo, senza pretendere salti secolari, ma anche senza arrendevolezza e sottovalutazione. Senza presunta furbizia.

Il Presidente statunitense viene dileggiato, dalla stampa europea, e da quella italiana. Oggi si trovano più foto che lo mostrano sbagliare porta d’uscita, che non analisi di quel che ha detto. Ma chi se ne frega se ha sbagliato porta, con le sue parole ha messo, ancora una volta, gli Stati Uniti al centro della storia e non per questo ha rinunciato alla difesa dei propri interessi economici. Ne ha mostrato la vitalità e la capacità di ragionare in termini globali. A confronto, l’Europa sembra sempre quella di Monaco.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario