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Utili consigli al responsabile dello Sviluppo Economico

Buona fortuna, ministro

Banda larga e nucleare: le grandi occasioni di Paolo Romani

di Enrico Cisnetto - 15 ottobre 2010

Paolo Romani è un uomo fortunato. Lo so che Berlusconi ci ha messo 5 mesi per nominarlo ministro – una scelta che avrebbe potuto (e dovuto) fare il giorno dopo le dimissioni di Scajola – e che questo non depone a favore della mia asserzione. Ma una volta nominato, in pochi giorni al neo responsabile dello Sviluppo Economico sono capitate due fortune, che portano rispettivamente i nomi di Vodafone e di Enel, che quantomeno gli rendono giustizia di quella tanto sfibrante quanto inutile (e dannosa per l’immagine del governo) attesa.

Si tratta di due operazioni – riguardanti altrettanti settori “chiave” che dipendono dal suo dicastero, le telecomunicazioni e l’energia – che possono rappresentare, se ben sfruttate, due grandi occasioni di sviluppo. Nel primo caso mi riferisco ad un doppio programma annunciato da Vodafone: da un lato la copertura, con radio a larga banda, di mille dei 1800 Comuni (su 8.100 complessivi) in digital divide perché privi di collegamento adsl, grazie ad un investimento di un miliardo in un biennio; dall’altro, l’accordo stipulato con la cinese Huawei – una realtà di prima grandezza mondiale che è già in Italia ma ora intende moltiplicare la sua presenza – per sviluppare la ricerca e la realizzazione della rete hi-tech di nuova generazione, con una parternship su base quinquennale che prevede l’apertura a Milano di un centro di ricerca tecnologico (cui Huawei aggiungerà prossimamente una nuova presenza anche a Roma, al servizio della pubblica amministrazione).

Questa doppia mossa di Bertoluzzo, numero uno di Vodafone in Italia, vale non solo in sé, ma anche per la ricaduta che potrebbe avere sul fronte del progetto, cui Romani ha prestato molta attenzione già come viceministro, di diffusione della fibra ottica. Vodafone, infatti, si è fatta promotrice, insieme con Fastweb e Wind di costituire una nuova società per realizzare un’infrastruttura “fiber to the home” che con un investimento di 2,5 miliardi potrebbe coprire in cinque anni 15 città per un totale di 10 milioni di utenti. Ma questo piano di trasformazione del nostro obsoleto sistema di tlc in banda ultra-larga attraverso una newco con un capitale per un terzo della Cassa depositi e prestiti e per i due terzi da dividersi tra l’incumbent Telecom e appunto i tre outsider – pur sostenuto dal governo (Romani e Letta, ma anche lo stesso premier) e dal Pdl (Valducci) – ha trovato la resistenza sostanziale, e a tratti anche formale, di Bernabè.

Ora Romani, che da ministro ha decisamente molte più frecce al suo arco, potrà sfruttare queste altre iniziative di Vodafone – tese a dire: se i progetti comuni vanno avanti bene, altrimenti noi andiamo per la nostra strada – per indurre tutti i player del settore a ragionare sul fatto mettersi insieme consente di fare investimenti a favore del sistema-paese altrimenti inimmaginabili e fornisce al governo e al controllore pubblico la garanzia di un equilibrio tra gli interessi in un campo dove la concorrenza ha dimostrato di far bene alla salute sia delle aziende che dei consumatori.

Inoltre, disporre di player come Huawei (un gigante con 97 mila dipendenti e 36 miliardi di dollari di fatturato) intenzionato ad investire molto in Italia, per Romani è un punto di forza per spingere un settore strategico, e dove tra l’altro personalmente gioca in casa. L’altra fortuna del neo-ministro è la quotazione in Borsa di Enel Green Power, l’offerta pubblica di maggiori dimensioni di quest’anno in tutta Europa. E non solo perché con questa mossa Enel raddoppia i 3 miliardi di euro derivanti da dismissioni, riducendo la posizione finanziaria netta da 51 a 45 miliardi, incidendo sulla parte a breve del debito.

E che Conti, dopo aver fatto investimenti straordinari che hanno fatto di Enel un player internazionale e prevedendo di investire ancora molto sia in Italia che all’estero, porti in maggiore equilibrio la finanza del gruppo, pur disponendo di un cash-flow più che rassicurante, è cosa che non riguarda solo la tranquillità dell’azionista Tesoro ma anche quella del ministero da cui dipende il sistema energetico del Paese. No, la cosa più importante che discende dall’ipo di EGP è la consacrazione del fatto che rinnovabili e nucleare possono e debbono stare insieme.

E se ci stanno nella pancia dell’Enel – che è il soggetto che più crede e che più ha investito sul ritorno del nucleare, ma che con EGP dimostra di credere non meno nelle cosiddette fonti alternative – eolico e solare che si aggiungono alla già consolidata presenza di Enel nell’idroelettrico e nel geotermico – a maggior ragione ci stanno insieme nei piani energetici del governo.

E questo dovrebbe dare a Romani armi in più per indurre l’esecutivo di cui fa parte a rendersi conto che sul progetto del nucleare lanciato fin dal primo giorno della legislatura – uno dei più caratterizzanti in senso riformista – si è colpevolmente buttato via già fin troppo tempo per indugiare ancora. Banda larga e nucleare: buona fortuna, ministro.

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