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La frenesia mediatica è di cattivo esempio

Bullismo e smidollatismo dei giovani

La spettacolarizzazione delle bassezze umane incentiva comportamenti emulativi

di Davide Giacalone - 13 dicembre 2006

I ragazzi che, nella loro classe scolastica, derisero, insultarono, malmenarono un compagno autistico, sospesi per un anno, ora si trovano a far servizi di varia natura in una comunità d’accoglienza per emarginati e malcapitati di vario tipo. Un’ottima occasione per cambiare vita. Ma c’è qualche cosa che mi suona stonato, in tutta questa storia. Quei ragazzi hanno sbagliato, sono responsabili del loro errore ed è giusto che paghino. Non è giusto, invece, volerli usare quale esempio, sebbene negativo, di un costume che si suppone diffuso fra i loro coetanei. Anzi, la spettacolarizzazione di quel cattivo esempio è una forma di complicità nel loro errore, e li trasforma, piano piano, da colpevoli in vittime.
Quel volgare e riprovevole filmato (già, perché si erano anche fatti riprendere) è passato toppe volte, ha troppo alimentato la frenesia ripetitiva dei media, è troppo servito a far da pezza d’appoggio di ragionamenti raramente originali ed interessanti sul “bullismo”, talché, alla fine, vien fatto di credere che molti dei commentatori, dei moralisti in servizio permanente effettivo, vivano fuori dalla realtà. L’offesa al debole ed il dileggio del diverso sono sempre esistiti e non sono affatto un segno dei tempi. Sono sintomi, da sempre, di bassezza umana, di aridità sentimentale, di mancanza di rispetto, e da sempre mettono in luce aspetti non commendevoli dell’animo umano. Ma non sono delle novità. C’è letteratura, a testimoniarlo, così come anche i modi di dire: “non voglio fare lo scemo del paese”, intendendosi dire che non ci si vuole ridicolizzare al punto da far ridere tutti o da tutti essere compatiti. Il fatto che siano comportamenti antichi, che trovino appiglio in riflessi animali, non li giustifica, naturalmente, ed anzi impone di combatterli con maggior forza. Ma dubito che sia un buon modo lo spettacolizzarli.
Vale sempre l’esempio dei sassi lanciati dai cavalcavia: quando la televisione ne parla ossessivamente quei sassi piovono fitti come grandine, quando lo sfruttamento mediatico si sopisce, anche i sassi si fermano. Se ne dovrebbe trarre insegnamento.
La stessa cosa vale per il menar gran scandalo su feste e raduni discotecari al termine dei quali si raccattano i giovani ubriachi o rintronati dalla droga. Non credo che indulgere nella descrizione dei particolari, o sottolineare morbosamente quanto le ragazze fossero discinte, serva a disincentivare tali comportamenti. Mentre osservo che se dal ministero della Sanità si sostiene che una quarantina di spinelli sono pur sempre una dose per uso personale la cosa mal si concilia con lo sconsigliare di fumarne anche uno solo.
Insomma, taluni eccessi, come anche talune bassezze (ma vale lo stesso per gli entusiasmi e gli slanci), sono connaturati all’adolescenza, ed il passaggio all’età adulta è accompagnato anche dalle punizioni, talora esemplari. Ed è forse proprio qui il punto, forse il problema vero è nella punizione e nell’autorità che dovrebbe emanarla. Raccontarci che il bullismo sia una specie d’emergenza imprevedibile e sconosciuta serve solo ad assolvere l’assenza di molti genitori, che non necessariamente è un’assenza fisica, semmai un continuo dimissionare dal ruolo (e dalle incombenze non piacevoli) di educatori.
Sentite, io vedo troppe madri con la camicetta corta e l’ombelico di fuori, intente a far concorrenza alle figlie o alle amichette dei figli. Vedo troppi padri con i pantaloni colorati e la felpetta giuliva, pronti a dire che uno spinello lo fumano anche loro. Vedo troppa corsa al “godersi la vita”, che è cosa buona e giusta, ma non se separata dall’essersela guadagnata. Vedo troppo compiacimento nel mostrare i simboli materiali del successo, dimenticando che il proprio tempo è ben speso se utilizzato per migliorare se stessi ed il mondo che ci circonda. Insomma vedo troppa gente che consuma e troppo poca che produce, troppa fretta verso il tempo dello svago e troppo poco verso quello dell’impegno. Poi gli stessi, messi di fronte al conto dei propri insuccessi, non sanno far altro che autoassolversi chiedendo alla scuola o alla società di rimediare agli errori collettivi, in questo modo confermando di credere che le responsabilità non sono mai delle persone, degli individui, ma sempre della collettività, della condizione oggettiva nella quale si vive. Nel nostro mondo si crede che l’irresponsabilità sia un buon modo per sentirsi innocenti, mentre l’irresponsabilità è una colpa.
Piuttosto che con il bullismo ce la si dovrebbe prendere con lo smidollatismo. Il primo lo si può sempre combattere con le armi che da sempre si utilizzano contro la maleducazione, la volgarità e la prepotenza, mentre il secondo è più scomodo da trattarsi, perché si devono fare i conti con i propri errori, anziché con quelli degli altri. Gli adolescenti che sbagliano trarranno gran giovamento dalla punizione che li aiuterà a divenire adulti. Peggiore è la condizione di quelli avanti negli anni, ma che adulti non riescono ad essere.

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