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Dal Colle ai mercati

Btp e Quirinale

E se il nuovo Capo dello Stato si decidesse con un colpo di reni? Napolitano e Draghi, nomi forti per stabilizzare il Paese.

di Enrico Cisnetto - 19 aprile 2013

Chi nei giorni scorsi ha sottoscritto i 17 miliardi della speciale emissione Btp Italia, polverizzando in poche ore la quarta offerta del bond governativo legato all’inflazione nazionale, credeva che oggi ci sarebbe stato un inquilino al Quirinale lasciato libero da Napolitano e che subito dopo si sarebbe finalmente trovato il modo di fare un governo? O, al contrario, contava proprio sul fatto che tanto il Quirinale quanto palazzo Chigi sarebbero rimasti sfitti? Nella giornata che ha bruciato la candidatura di Marini e sancito la (definitiva?) disfatta del Pd, chiudendo un ciclo di progressiva autodistruzione apertosi alla Bolognina, rischiando di compromettere quel minimo di trama Pd-Pdl che dovrebbe (doveva) portare ad uno straccio di esecutivo, la domanda sembra malriposta o comunque irrilevante. E invece ha un suo perché.

E sì, perché non è vero che, come ha detto con eccesso di enfasi il ministro Grilli (comprensibilmente), il successo del collocamento del Btp a 4 anni derivi dal fatto che “abbiamo convinto i mercati del nostro rigore”. No, esso è figlio dei tassi di interesse (nello specifico il 2,25% netto) che lo spread a 300 punti – una quota certo contenuta rispetto alle punte da codice rosso del novembre 2011 e dell’estate 2012, ma pur sempre alta – ci costringe a pagare rispetto ai titolo tedeschi che sono a rendimento negativo. Dunque, se è vero che i mercati hanno rinunciato all’affondo nonostante che lo stallo politico-istituzionale successivo alle elezioni offrisse loro un assist di lusso – ma la ragione sta nella protezione che l’ombrello aperto dalla Bce ci concede – altrettanto vero è che agli investitori fa gola che i tassi restino remunerativi. E a questo fine il protrarsi della crisi politica non può che essere la miglior garanzia per loro. Il vero banco di prova, quindi, non è quando comprano, ma quando vendono. Questi titoli li terranno fino alla scadenza o a un certo punto li butteranno sul mercato secondario? E in quel momento cosa succederà? Reggerà l’ombrello di Draghi?

Immagino siano domande che nessuno dei grandi elettori che ieri ha calcato Montecitorio si sia posto. Nemmeno – anzi, tantomeno – i soloni che avevano fatto un accordo che non aveva la minima possibilità di reggere (come la prima votazione e la successiva decisione del Pd di usare la scheda bianca alla seconda e terza, si sono incaricate di dimostrare). Eppure sono questioni decisive, anche per la sopravvivenza di “lorsignori”. Davvero credono che i mercati staranno a guardare questa incredibile agonia senza colpo ferire? Pensano di uscirne vivi se solo la speculazione dovesse ripartire. Per capirlo, basterebbe pensare a cosa è accaduto quando lo spread si è avvicinato a 600 punti: Berlusconi ha lasciato palazzo Chigi e il centro-destra si è schiantato. Tant’è, sembra che a costoro non dico la storia, ma neppure la cronaca, insegni qualcosa. Così, sciaguratamente, hanno postposto l’accordo sulla maggioranza di governo a quello per la presidenza della Repubblica, facendo un errore politico madornale, perché ora la difficoltà di trovare l’uomo per il Colle finirà col travolgere anche le residue possibilità di dare al Paese un esecutivo, non fosse altro a tempo determinato e con obiettivi limitati. Il che significherà convocare elezioni in estate e farle con l’attuale festa legge elettorale. Un disastro che, inevitabilmente, rappresenterà l’innesco della miccia speculativa.

Se c’è un possibile rimedio? Un colpo di reni, che a questo punto non può che essere duplice: o fare quello che avrebbe dovuto essere fatto prima, e quindi indicare nella scheda Napolitano e caricarlo dell’obbligo di non poter rifiutare il secondo mandato, o trovare un nome sparigliante che sia di assoluta garanzia per i mercati. Nel primo caso l’iniziativa non può che prenderla Berlusconi: dia subito indicazione che il Pdl voterà Napolitano, e poi lo faccia. Voglio vedere la reazione del Pd, anzi di tutte le anime della sinistra, di fronte a quel nome. E voglio vedere se il presidente uscente si sentirebbe di non compiere quest’ultimo sacrificio, lui che ha caratterizzato tutto il settennato alla luce della responsabilità anche a costo di dover varcare i confini del mandato istituzionale pur di surrogare la politica che andava evanescendosi. E, infine, voglio vedere una volta rieletto se Bersani può ancora permettersi di battere strade assurde per raggiungere palazzo Chigi.

L’unica alternativa a questa scelta sarebbe un nome altrettanto forte. Anzi, più forte, se visto in chiave anti-speculazione: Mario Draghi. Un nome che è circolato a tratti in questo lungo cammino verso il Quirinale, fino a indurre l’interessato a far sapere che sta bene a Francoforte, dove vuole portare a termine il suo mandato. Ma anche qui: mica c’è bisogno di chiedere il permesso preventivo per votare il nome che si ritiene più utile, e voglio vedere come Draghi si districherebbe di fronte ad un voto a larga maggioranza.

C’è ancora una votazione prima della roulette russa delle votazioni in cui basta la maggioranza assoluta di 504 voti anziché quella qualificata dei due terzi. Ci pensino, lorsignori.

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