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Piano d’attacco in Iran: è sicuro lo scandalo?

Braccio di ferro fra strategia e media

L’esclusiva di Hersh, le ovvie smentite, ma è logico che gli Usa abbia qualcosa in mente

di Antonio Picasso - 12 aprile 2006

L’esclusiva non deve trarre in inganno. Perché una cosa è la scoperta, da parte del miglior giornalista di inchiesta americano, Seymour Hersch, dell’esistenza di un piano d’attacco degli Stati Uniti contro l’Iran, e che lo pubblica, in esclusiva appunto, sul New Yorker. E un’altra è l’attuazione, da parte del Pentagono, di questo piano. La questione, poi, deve essere scomposta in più parti. Quella strategica, quella mediatica e infine quella politica.
In alcuni casi, specie se si tratta di guerra, farsi accompagnare dal cinismo aiuta. E questo porta immediatamente a una conclusione che riguarda l’attuale strategia adottata dagli Stati Uniti nei confronti dell’Iran. I primi hanno assunto un tono di intimidazione contro il secondo, perché questo ha avviato un programma di ricerca nucleare che potrebbe portarlo alla bomba atomica. Finora gli ammonimenti di Washington si sono limitati al campo della diplomazia. Perché la corsa iraniana al riarmo – ammesso che si debba – può essere fermata in seno alle Nazioni Unite, con il dialogo e con gli strumenti pacifici di dissuasione, per esempio un embargo economico. Tuttavia, non si possono nemmeno scartare né un’escalation, né una conseguente risoluzione drastica del problema. Un intervento armato degli Usa è un’opzione da mettere in preventivo. Logico, allora, che questi ultimi abbiano definito le modalità tattiche di attacco. E le smentite dello stesso George Bush, rilasciate ieri al Los Angeles Times, contano poco. Sono solo di facciata.
A questo punto, se allo scandalo i media possono gridare, non è sull’esistenza di un piano, bensì sulla relativa facilità di scoprirlo e su questa ennesima fuga di notizie riservate. Perché quello che per il New Yorker è uno scoop, per i servizi di sicurezza americani è una brutta faccenda, che si aggiunge ai già tanti sbandamenti di questi ultimi mesi.
Viene infine l’aspetto politico, che chiama in causa i due contendenti oltre che l’Unione europea e la Russia, vale a dire quegli altri due soggetti della scena internazionale, direttamente interessanti e coinvolti nella querelle. Al Pentagono verrebbe da chiedere: qui prodest? Un intervento, seppure missilistico e dal cielo, in Iran rischierebbe di far dilatare il teatro di iracheno verso est, con tutte le ripercussioni del caso. E poi il presidente Bush dovrebbe valutare le ripercussioni in casa di una decisione tanto azzardata. Perché con le spese militari che stanno cominciando a incidere sul deficit, l’alto numero di caduti tra le truppe Usa in Iraq, ma soprattutto con le elezioni di medio termine alle porte, un attacco avrebbe un ritorno di immagine negativo
. D’altra parte, nemmeno l’Iran sembra intenzionato a mollare. E se la Russia, fino a qualche settimana fa, poteva svolgere quel ruolo di mediazione, oggi invece, pare preferisca occupare una posizione di passiva osservazione. Stessa cosa per l’Ue. Ma è proprio questo atteggiamento – improduttivo e sterile – del “see and wait” che rischia di portare a una degenerazione. Usa e Iran stanno sì scendendo sul sentiero di guerra, tuttavia, frange disponibili al dialogo sono presenti sia a Teheran che tra i neo-con di Washington (vedi Michael Ledeen sul Foglio del 9 marzo). E se Bruxelles e Mosca, ques’ultima più della prima, possono vantare ancora un potere di pressione, è proprio su queste forze moderate che possono esercitarlo.

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